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Il personaggio

Ago, lana, vino e memoria su tela: la Sardegna di Federica Arrais

di Caterina Cossu
Ago, lana, vino e memoria su tela: la Sardegna di Federica Arrais

Intervista all’artista che ha trasforma materiali e simboli della tradizione in un linguaggio contemporaneo

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Dal vino a New York, passando per la Sardegna. È il percorso artistico di Federica Arrais, conosciuta sui social come Dipingodivino, una delle artiste sarde che negli ultimi anni ha trasformato materiali e simboli della tradizione isolana in un linguaggio contemporaneo capace di parlare ben oltre i confini dell’isola. Oggi a lavoro su una ventina di tele dedicate a una rilettura contemporanea di simboli e identità della cultura sarda, le opere di Arrais sono esposte in Italia e all’estero, e nascono dall’incontro tra vino, ricamo, foglia d’oro e memoria.

Nei suoi lavori la Sardegna non appare mai come una semplice cartolina. Quale isola cerca di raccontare?

«Quella che conosco e che porto dentro di me: una terra fatta soprattutto di tradizioni, memoria e umanità. È una realtà che sento profondamente viva, ricca di storie, e attraverso la mia arte provo a raccontarne gli aspetti più autentici e meno immediati o percepiti dal pubblico».

Materiali come il vino e il ricamo sono diventati il cuore della sua ricerca. Come nasce questa scelta?

«Ho lavorato per dieci anni nel mondo del vino e il primo esperimento è nato quasi per caso. Durante una degustazione un turista lasciò del vino nel bicchiere e, invece di buttarlo, lo portai a casa per provare a dipingere. Mi colpì subito il suo carattere imprevedibile. Su carta o su tela non reagisce mai allo stesso modo e non concede molte possibilità di correzione. Nel tempo il vino è diventato non solo colore, ma soprattutto simbolo, uno sfondo da cui prende forma un racconto che continuo a costruire attraverso il ricamo».

Quanto c’è della sua storia personale nelle sue opere?

«C’è molto più di quanto possa sembrare. Quando penso alle mie radici mi vengono in mente soprattutto le donne della mia famiglia, figure forti che mi hanno trasmesso il valore della determinazione e della creatività. In particolare mia madre è stata ed è una fonte di ispirazione fondamentale».

Nelle sue opere il lavoro manuale occupa uno spazio centrale. Che valore ha oggi un gesto lento come il ricamo?

«Rappresenta una forma di resistenza alla velocità che caratterizza gran parte della nostra quotidianità. Sono cresciuta in una casa di pescatori e fin da piccola osservavo mio padre e mio nonno mentre armavano e riparavano le reti. Li ricordo immersi nel silenzio, completamente concentrati nei loro movimenti. Con il tempo ho capito che esiste una profonda affinità tra quei gesti e il mondo della tessitura o del ricamo».

Ci sono artisti che le stravolgono o rifiutano, lei invece sembra dialogare continuamente con le radici della Sardegna.

«Penso che nasca anche dal desiderio di dare valore a ciò che per tanto tempo è stato guardato con sufficienza. Non solo l’accento, il dialetto o il mondo pastorale, ma anche un certo modo di vivere la quotidianità. La Sardegna è una terra complessa e io cerco di mettere in luce anche questo aspetto più umano e reale, soprattutto quello dell’entroterra».

Come reagisce il pubblico internazionale quando scopre i suoi lavori fatti di materiali e riferimenti?

«Spesso con curiosità e sorpresa. Molti rimangono colpiti dal fatto che materiali e riferimenti così legati a un territorio specifico possano parlare anche a chi quel territorio non lo conosce. È la conferma che ciò che è autentico può diventare universale».

Esporre e confrontarsi con contesti internazionali ha cambiato il suo modo di guardare alla sua terra?

«Sì, mi ha fatto capire ancora di più quanto sia ricco il patrimonio culturale che porto con me. A volte sono proprio gli sguardi esterni a farti riconoscere il valore di ciò che consideravi normale o scontato».

Che cosa spera provi il pubblico davanti alle sue opere?

«Che piaccia oppure no il mio lavoro, ciò che conta davvero per me è riuscire a suscitare curiosità nello spettatore. Mi piace pensarmi come un tramite per il cuore della mia terra, nel tentativo di raccontarla senza difese, nella sua forma più autentica e sincera».

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