La Nuova Sardegna

L’intervista

Andrej Longo: «Quando scrivo non cerco un finale, la Napoli di Sorrentino è troppo costruita»

di Paolo Ardovino
Andrej Longo: «Quando scrivo non cerco un finale, la Napoli di Sorrentino è troppo costruita»

Lo scrittore ad Alghero per “Dall’altra parte del mare” con un laboratorio sul cinema

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«Se siete davanti alla pagina bianca e non riuscite a scrivere è perché non avete niente da dire», la spiega così, facile facile, con Cechov. Lui infatti non è lo scrittore metodico che si impone di accumulare scritti ogni giorno. «No, scrivo solo quando non ne posso fare a meno, aspetto quel momento in cui la storia vuole essere scritta». E qualche volta questa sensazione lo pervade mentre si trova ad Alghero. «Ci vengo da trent’anni». Andrej Longo è seduto tra i tavoli di un bar nei giardini pubblici, la scritta sull’insegna dice “Bar dei giardini”. Non proprio originale. «Si sta bene qua», attorno si mischiano le parlate dei locali e dei turisti.

Longo, che è originario di Ischia, è isolano all’ennesima potenza, e ad Alghero è ormai di casa, ogni anno ci passa i mesi estivi e qualcuno dei suoi racconti ha trovato lo spunto proprio qua. Le sue storie – è il caso della celebre raccolta di racconti “Dieci” o dell’ultimo libro che riprende quel filone, “Undici” – partono «sempre» dalla realtà. L’invenzione viene dopo. «È talmente pieno di cose in giro. Diventano il punto di partenza». E mentre parla si guarda anche attorno, fissa un tavolino, forse lo ha colpito una scena che si sta consumando davanti a un caffè, poi sembra in ascolto di cosa viene detto a fianco a pochi metri. O forse è solo la suggestione di potersi sentire di fronte a un grande scrittore nella sua fase di cattura dell’ispirazione. Magari si sta solo godendo la chiacchierata all’ombra in una bella giornata algherese di giugno. Andrej Longo il 26 e il 27 giugno per il festival “Dall’altra parte del mare” terrà un laboratorio, “come si legge un film”, sulla scrittura per immagini (tre incontri, 10 ore, massimo 25 partecipanti). La prima cosa che insegnerà, per esempio, è che «l’errore più comune è quello di dire e non raccontare».

Nelle sceneggiature vietato usare aggettivi. «Il laboratorio è nato perché quando andavo al cinema, dopo il film ci si ritrovava a parlarne e anche lì alla domanda com’era mi sentivo dire “bello”. Sì ma come? Perché? Parlamene». Secondo Longo prima viene il contenuto e poi la forma, e la chiave sta nelle emozioni. «Sono quella cosa che ti mette in contatto con una parte di te o del mondo, o con entrambe». Ma non esiste un meccanismo per emozionare. Non si studia a tavolino. Lui quando scrive i suoi libri o scrive per la scena non cerca un finale. «Non voglio sapere tutto quello che succederà, mi creo un cammino e vedo dove mi porta». Poi dopo sì, arriva l’impianto, arrivano le riletture, «faccio anche la revisione di quante sigarette vengono fumate dai personaggi», sorride.

Tra le tazzine di caffè, il suo è d’orzo, in realtà si era esordito parlando di Napoli. Chissà quante altre volte gli succede. «Prima era mandolino e pizza, Saviano ha svelato alcune cose, poi però è diventata una moda pure quella. Prima c’era il mandolino, ora la camorra. Ma Napoli è talmente sfaccettata e piena di contraddizioni che non basta un solo racconto». Nel suo ultimo libro ne ha scritto 12, con una particolarità: lo sguardo è sempre al femminile. Su Sorrentino tradisce una smorfia di disapprovazione, «quella è una Napoli del passato, mi piace meno, sembra costruita». Negli ultimi anni è la città del turismo per eccellenza. «Vero, merito soprattutto di Ryanair che sposta equilibri economici – ride – , lo sa anche Alghero». Più tardi parlando dei viaggi con sua moglie cita il Portogallo. E i portoghesi «li trovai simili ai sardi».

Non è troppo citazionista, Longo, ma ricorda un’altra frase, stavolta di Leo Benvenuti («un vecchissimo sceneggiatore, il mio maestro») che una volta si arrabbiò dopo aver letto un manoscritto: «Se non credete voi a quello che scrivete, come volete che ci credano gli altri? ». Ed è una lezione che ripete al tavolino dei giardini di Alghero, mentre le bariste portano via tazzine e bicchieri d’acqua. «Vabbè andiamo», è ora di pranzo.

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