Antonello Salis: «Per me conta solo la musica. Non sono una star? E chi se ne frega»
Il grande jazzista premiato a Berchidda ripercorre la carriera e parla della scena di oggi
Antonello Salis è tra i jazzisti più citati in assoluto dai grandi del genere. «Menomale me lo dici adesso perché ho una certa età per cui la prendo con leggerezza. Nel mondo dello spettacolo si tende a essere narcisisti e sentirsi di poter salvare il mondo». Fisarmonicista e pianista – l’elenco di collaborazioni prestigiose è infinito –, anche quando scende dal palco fa parlare la musica. Basta sentire il timbro di voce quando dice che «fare i concerti mi fa stare bene» per capire perché è diventato un gigante. A Berchidda, anteprima di Time in Jazz, ha ricevuto il premio alla carriera dall’amico di sempre Paolo Fresu («sono commosso dal suo affetto, ci siamo conosciuti nell’82, ci stimavamo ma mai avrei pensato di suonarci insieme» e invece) e si è esibito in solo.
Oggi, a 76 anni, la musica che sente in giro le piace?
«Dipende dal contesto. C’è tanta roba ma l’importante è poter scegliere. Sennò finisci nella massa che si fa imboccare. Si tratta solo di capire da che parte stare. Quello che c’è oggi? C’è sempre stato. Vedo tantissimi musicisti bravi e giovani con un sacco di talento ma tutto sta nel riuscire a trovare gli spazi: e per la spazzatura ce n’è sempre, anche troppo. Tanti operatori culturali dovrebbero fare un altro mestiere invece di indicare cosa sentire e cosa no».
E lei? Quando è chiamato in causa, sente ancora lo stesso fuoco dentro?
«Sempre. La stessa benzina che è necessaria per vivere. Poi, che faccia parte di una piccola fetta, chi se ne frega. Tutto quello che facciamo è un’opinione. Fare i concerti mi fa stare bene. Mi permette di sopravvivere. Non sarò una star, non mi frega: l’importante è seguire cosa ti sei prefissato all’inizio».
Meritava qualcosa in più?
«C’è chi lo pensa, è una cosa che mi viene detta. Ma io ho ottenuto quello che volevo. Per avere altro, avrei dovuto seguire direzioni diverse. Non provo invidia per nessuno».
Diceva dell’importanza di seguire ciò che ci si era prefissati: e lei cosa sognava?
«Volevo esattamente l’emozione che si prova sul palco. Quella cosa è impagabile. Poi ti rendi conto che non fai parte del mondo che va per la maggiore, ma se non pensi a dover monetizzare ovunque allora riesci a viverla bene. Ci sono altre cose a cui penso sempre...»
Quali?
«Ai dettagli prima dei concerti, a come suonare sempre meglio e stare sul pezzo. Non per piacere agli altri, ma in base a quello che ti aspetti da te stesso. Ogni volta devi rappresentare al meglio quello che hai sempre sognato. La vedo in questo modo».
È tornato nell’isola, lei da oltre 50 anni vive a Roma e ha uno sguardo sempre interno ed esterno.
«Non ho la nostalgia tipica dell’emigrato che sogna la terra lontana: ce l’ho a 35 minuti di volo. Vengo in Sardegna tantissime volte all’anno. Non scimmiotto discorsi di appartenenza. Mi sento individuo. C’è chi preferisce accodarsi a una comunità, ma non dovrebbero esserci distinzioni. Seguire l’identità ti porta a chiuderti nel tuo Paese, poi nella tua regione e nel tuo comune. E porta la politica a dire “difendiamoci da quello che c’è fuori”, ma da cosa? Oltre gli orizzonti c’è un mondo».
Lei ha cercato spesso contaminazioni con altri mondi.
«Mi hanno dato esperienza e conoscenza. Almeno quando ero giovane io, era importante stare a contatto con i più grandi e imparare, specie se non fai un percorso canonico ma, come me, che va per strade bianche, discese e salite».
Vasco, Olly, Cremonini, in Italia sono giorni di grandissimi concerti in stadi e arene. Le piace la musica che ha una dimensione maxi?
«Questi concerti mi sembrano dei prodotti. Rituali che si ripetono per i fan». Mi dice un momento in particolare della sua vita artistica che può definire come una svolta? «Quando li vivi, pensi di toccare il cielo con un dito ogni volta. A distanza, sono tutti elementi di un grande percorso. Nessuno ha illuminato da solo: è un punto di vista realistico, è la cruda verità».
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