Irene Maiorino: «Lila, Grazia, Portobello: ecco le mie sfide geniali»
L'attrice napoletana sarà al festival di Tavolara con il film di Peter Marcias sulla Deledda
Meno di un mese fa al Figari film fest di Golfo Aranci ha ricevuto il premio Beatrice Bracco che ogni anno va ai migliori talenti del cinema, ora è pronta a tenere a battesimo il festival di Tavolara. Questa estate Irene Maiorino è una presenza quasi fissa dei festival sardi. Merito di una carriera sempre più in ascesa che negli ultimi anni l’ha vista protagonista di due tra le serie italiane più viste al mondo, “L’amica geniale” e “Portobello”. Oltre ovviamente al film di Peter Marcias, “Quasi Grazia”, che racconta tre fasi cruciali della vita della Deledda e che martedì 14 l’attrice presenterà alla Peschiera di San Teodoro nella prima serata del festival di Tavolara.
Irene, quando Peter Marcias le ha proposto di interpretare Grazia Deledda si è stupita? Una napoletana nel ruolo della sarda più celebre…
«In realtà, più che stupita ne sono stata molto felice. Mi piace quando un regista riesce a immaginarti in una grande sfida. Lo è stato in passato il ruolo di Lila in “L’amica geniale”, lo è stato questo di Grazia Deledda, dove, a differenza dell’altro personaggio - napoletano come me - c’era l’ulteriore sfida della lingua. Nel mio lavoro vado avanti per merito, ma questo è stato uno di quei casi in cui il regista mi ha vista e mi ha voluta. Certo, ho fatto anche i provini, ma Peter mi ha dato fiducia da subito».
Che conoscenza aveva di Grazia Deledda?
«Ho dovuto studiare la sua figura. Purtroppo rientro in quella maggioranza delle persone che l’ha sentita appena nominare a scuola. E almeno io ho fatto il liceo. Sono felicissima di portare il film al festival di Tavolara, che è ormai un appuntamento tradizionale del cinema d’autore in Sardegna. Siamo nel centenario della vittoria del premio Nobel, unica scrittrice italiana ad averlo ricevuto, ma purtroppo è poco celebrata ancora oggi».
Cosa l’ha colpita di questa donna che, partita da Nuoro, ha raggiunto il massimo riconoscimento mondiale della letteratura nel lontano 1926?
«Mi ha interessato tantissimo il discorso del viaggio. Un viaggio interiore, esistenziale. Lei si è staccata dalla sua terra in giovane età non per un guizzo, ma per talento. È stata grandiosa per l’epoca, ma non solo. Lo sarebbe stata anche al giorno d’oggi».
Il suo rapporto con i libri?
«Io sono una lettrice, che, però, si trova un po’ a disagio nella modernità. Non mi trovo nei tempi veloci, per me leggere è una cosa sacra e naturale. E ormai trovare il tempo da dedicare ai libri è difficilissimo».
Il suo successo più grande arriva da uno dei libri più venduti al mondo degli ultimi anni, “L’amica geniale” di Elena Ferrante. Interpretare Lila è stata una responsabilità enorme: ne era consapevole?
«Sì, perché so cosa significa non tradire la fiducia e l’immaginario dello spettatore. Ma ho girato il mondo per presentare la serie e mi è stato detto, all’unanimità, che rispecchiavo l’immaginario di lettori e lettrici. In più avevo una responsabilità ereditaria rispetto a un prodotto già iniziato. E in più una responsabilità nei miei confronti, perché dopo anni di provini e studio mi sono trovata in un ruolo così grosso a cui ho dedicato tantissimo tempo. È stata una esperienza di vita, un lavoro spartiacque, ma questa responsabilità mi ha tenuta ancorata con i piedi per terra».
E poi è arrivato “Portobello”. Com’è lavorare con Marco Bellocchio?
«Indescrivibile. Lui ha un immaginario così forte che quasi te lo trasmette per osmosi. Non è un regista che ti spiega, lui dà molta fiducia agli attori e questa è una rarità che possono permettersi solo i grandi, perché hanno una certezza granitica della loro identità».
Ora sarà in una nuova serie Netflix “Minerva - La scuola”.
«È la storia della scuola militare della Nunziatella. I protagonisti sono i giovani, a sostegno ci sono tre figure interpretate da me, Massimiliano Gallo e Cristiana Capotondi. Io sono una antimilitarista sfegatata e mi ritrovo a fare una vicecomandante. Ma resto comunque un’attrice...».
Cosa significa essere napoletana?
«Per me significa una maestria, ma anche un gioco, perché questa arte di fingere, dovuta anche all’arte di arrangiarsi, resiste come identità. Il gioco fa specchio alla miseria, è la risposta a una sofferenza e per questo piace al mondo».
Irene e la Sardegna?
«Lavorativamente la sto scoprendo ora, ma ho ricordi di bambina con i miei genitori, di una vacanza tutta al femminile con mamma, nonna e mia sorella in una Sardegna brulla, assolata. Una delle mie migliori amiche è di Sassari, un’altra di Cagliari. Insomma, la copro un po’ tutta. Mi piace quella più cruda del sud, un po’ selvaggia come me».
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