La Nuova Sardegna

Intervista

Fabio Caressa: «La vittoria del 2006 merito di Lippi. La favorita del Mondiale? La Francia»

di Paolo Ardovino
Fabio Caressa: «La vittoria del 2006 merito di Lippi. La favorita del Mondiale? La Francia»

Il telecronista a Olbia per un evento ma frequenta l’isola da vent’anni. «Il mio luogo? Marinella»

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Chissà in quanti gliela stanno ripetendo, in questi giorni, quella frase magica. «E allora diciamolo tutti insieme, tutti insieme, quattro volte: siamo campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo»: la voce di Fabio Caressa quando Grosso batte e segna l’ultimo rigore contro la Francia è storia. L’urlo di gioia del 2006 risuona tra chat, filmati tv, reel su instagram.

Seduto sui gradoni in cemento all’entrata del museo archeologico di Olbia, invece, c’è silenzio. Fabio Caressa beve un caffè preso alla macchinetta, occhiali scuri, abito nero, alla ricerca di ombra. Pochi minuti dopo parla nella sala dove la Cassa dottori commercialisti lo ha chiamato come ospite della tappa a Olbia del “Previdenza in Tour” per fare un racconto sui grandi sportivi. Appena lo vedono, tutti pensano a dov’erano vent’anni fa, nell’esatto momento in cui la sua telecronaca diceva al mondo intero che l’Italia del pallone diventava campione. Caressa la prende larga, cita Ferran Sorriano e la teoria secondo la quale in un gruppo vincente servono un visionario («colui che determina un orizzonte»), un “signor no” («colui che fa il calcolo dei mezzi a disposizione») e una colonna («chi trasmette l’obiettivo a tutti gli altri»). Le colonne della nazionale 2006 era gente come Cannavaro e Buffon. «Il visionario era Marcello Lippi, quell’Italia iniziava il suo ritiro dopo Calciopoli, i calciatori italiani erano divisi – ricorda Caressa –. Lippi radunò la squadra e fece un discorso semplice: “avete due possibilità, o tornate da coglioni”, uso le parole sue, “o da eroi”».

Parliamo di attualità calcistica: i Mondiali di Stati Uniti, Messico e Canada. Che ne pensa finora?
Che è difficile seguirli, per chi lavora impossibile. Parlo degli orari. Un grande peccato, perché ora ci sono in gioco quasi tutte squadre europee e ci sono partite alle tre di notte. è un mondiale di grandi highlights (ride, ndr)». Abbiamo visto eliminazioni eccellenti, è un mondiale sorprendente? «No secondo me no, la sorpresa maggiore è stata quella del Brasile».

Che ha concluso la sua scalata agli ottavi contro la Norvegia.
«Confidavo in Ancelotti. Ma la squadra, si sapeva, aveva forti limiti. Giocatori un po’ arrivati e in fin dei conti poteva contare sul solo Vinicius». Chi vince? «Questo mondiale può solo perderlo la Francia».

L’Italia riuscirà a risorgere dalle ceneri?
«La nuova dirigenza ha come punto focale il lavoro di gruppo e sono fiducioso. Ma anche nella nostra sconfitta con la Bosnia c’è un significato. I gruppi si riuniscono quando l’orizzonte è positivo, quando in quei giorni sentivo dire “la nazionale ha ritrovato unità” mi chiedevo in cosa. Se ti aggrappi al terrore della sconfitta, non vale. Non è un elemento che compatta, ma un vortice che ti risucchia...».

Pensa già alla prossima Serie A?
«Ai nastri di partenza, ma il mercato deve dire tanto, vedo ancora favorita l’Inter. Il Napoli ha cambiato e con Allegri cambierà modo di giocare, la Juventus è in ricostruzione. Per l’ennesima volta. Non è più una notizia. Sono curioso di vedere la Roma, nell’anno del centenario, chi comprerà...».

Caressa, lei ormai ha un certo legame con l’isola.
«Un legame profondissimo. Mi considero sardo d’adozione. No: in realtà sono i sardi che devono dirtelo. Qui la parola-chiave è rispetto. Se hai rispetto della terra e delle persone che la vivono, vieni accettato al pari di uno di famiglia. Se ti comporti da padrone, no. Quando lo capisci, al netto che dovrebbe essere la normalità approcciarsi con rispetto, entri davvero in contatto con i sardi».

I suoi luoghi del cuore?
«Il mio luogo è Marinella. Ho cominciato a frequentare la Sardegna vent’anni fa. Ero venuto anche prima, ma non tutti gli anni».

Una settimana fa abbiamo festeggiato i 60 anni di Gianfranco Zola, per lei chi è?
«L’ho incontrato pochi giorni fa, eravamo ospiti di una cerimonia di premiazioni. Ci ho parlato a lungo: è veramente un esempio per tutti. A parte la persona, che è di una gentilezza e di un sorriso unici, ma i più grandi sono così, come Baggio, hanno una luce particolare. Però io sono innamorato di Zola».

Che calciatore era?
«È stato uno di quelli che ha cambiato il calcio inglese. C’è un prima e un dopo Zola e Cantona. Hanno contribuito a portare la tecnica e all’europeizzazione di un calcio che poi è diventato la Premier, che è paragonabile all’Nba del calcio».

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