Marino Bartoletti: «I miei ricordi con Lucio Dalla. Sanremo? È diventato come Disneyland, De Martino dovrà scalare l’Everest»
Il giornalista presenta nell’isola il suo libro: «Chi era? Un grande, insostituibile amico. E poi un artista immenso ma incompiuto»
Per la sua anteprima d’eccezione, il festival di Palau “Di mare e di stelle” sabato 18 luglio si affida al giornalista Marino Bartoletti e al suo ultimo libro che è uno scrigno di ricordi: “Caro Lucio ti scrivo. 25 lettere, una grande amicizia e qualche segreto” (Gallucci editore).
Chi era Lucio Dalla per lei?
«In punta di piedi, posso dire di essere stato un suo amico. E per me era prima di tutto un grande, insostituibile amico. Ci ha lasciato un patrimonio artistico, sì, ma dall’altro lato la speranza che coltivo, infantile, è che ci abbia fatto uno scherzo. Lui ne faceva tanti, per ora è quello venuto meglio».
Non le chiedo il primo ricordo, ma un ricordo speciale che ha di Dalla.
«Dico proprio il primo. A vent’anni volevo fare il giornalista sportivo e mi ero inventato un giornalino di pallacanestro e lui scrisse un articolo nel quale sosteneva di essere un giocatore di basket mancato. Era la sua grande passione, e diceva sempre che proprio il mondo del basket, non avendolo capito, lo aveva buttato nella musica».
L’ultima volta che l’ha visto?
«Nel 2012, alla fine del festival di Sanremo, ci abbracciammo non sapendo che sarebbe stato l’ultimo abbraccio».
Perché è stato un grande?
«Pavarotti diceva che era il Mozart del Novecento: mi rendo conto che sia un paragone audace, ma è una persona che ha maneggiato la musica con grandi sperimentazioni. Il fatto è che poi queste canzoni le ha arricchite con le parole, nessun altro poteva scrivere testi così folli, commoventi, audaci, futuristi. La sua grandezza è stata maneggiare musica e poesia a quei livelli. A qualsiasi altro artista basterebbero due canzoni delle sue per avere garantita l’immortalità».
Come lo definirebbe?
«Da un certo punto di vista è stato un artista immenso eppure incompiuto. Per non parlare della capacità di essere sempre inaspettato. Un bel giorno ha preso e ha scritto “Caruso”. E ha scritto l’opera lirica sfidando Puccini».
C’era distanza tra persona e personaggio?
«Era assolutamente uguale tutto: lo spontaneità, il colto e l’infantile insieme. Non ha mai dovuto mettere la maschera. Era un capocomico incredibile, ma anche capace di tanta durezza con se stesso».
Come vi siete frequentati?
«Con una irregolarità totale. Era capace di arrivare all’una di notte a casa per chiacchierare e poi sparire per tre mesi. O dirmi “domani vieni alle Tremiti” e poi stare lontani cinque mesi. L’ultima volta a pranzo a Sanremo parlavamo proprio di questa stravaganza: due bolognesi che si vedevano a Roma, alle Tremiti, a New York o Sorrento e mai a Bologna».
La scuola bolognese quanto ha raccolto da Lucio Dalla?
«Tanto, ma tutti hanno avuto il buonsenso di non imitarlo. Cremonini, Carboni, Bersani, Carone. Forse Ron si è avvicinato molto, ma tutti nella loro strada hanno acquisito il suo patrimonio senza volerlo imitare».
È curioso del nuovo festival di Sanremo?
«Usciamo dalle Colonne d’Ercole ed entriamo nell’Oceano. Amadeus e Conti sono stati straordinarie garanzie di conservazione e fughe in avanti. De Martino, che il suo lavoro sa farlo, avrà come ultimo dei suoi problemi la conduzione: c’è tutto il resto. Sanremo è la scalata dell’Everest».
Il festival è cambiato?
«È sempre più un parco giochi con una settimana piena di stage, eventi, track di emittenti e studi. È Disneyland, dove io per la verità ci vado con la gioia di un bambino. Il festival è stato “televisivizzato” al massimo, ma proprio con Conti ha anche rimesso al centro la musica».
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