Stefano Fresi: «Ho scoperto De André da bambino nello stazzo dei miei nonni a Luogosanto»
L'attore arriva ad Alghero, Nora e Tempio con lo spettacolo sul grande cantauore genovese legatissimo alla Gallura
Stefano Fresi ritorna dove tutto è cominciato. L’attore romano - ma come si evince dal cognome origini galluresissime di Luogosanto -arriva in Sardegna con “Dell'Amore, della Guerra e degli Ultimi”, un viaggio tra racconto e musica sull’arte di Fabrizio De André. Lo spettacolo debutterà nell’isola domani alle 21.30 a Lo Quarter ad Alghero e l’indomani alle 20 sarà alla Notte dei poeti di Nora, due eventi targati Cedac, mentre sabato alle 21.30 sarà a Tempio in piazza Gallura all’interno del Faber festival, la manifestazione che ogni anno la città dedica al suo cittadino (per scelta) più illustre. Al fianco di Fresi, voce e pianoforte, ci sono Cristiana Polegri, voce e sax, ed Egidio Marchitelli, chitarra.
Stefano, il suo primo incontro con la figura di Fabrizio De André?
«Proprio in Sardegna. In estate in uno stazzo gallurese cala il silenzio, nonno e nonna dovevano risposare e noi dovevamo restare in silenzio finché non si svegliavano. Allora ci mettevamo le cuffie, prendevamo un quaderno e una penna per trascrivere le canzoni. E la cassetta a disposizione era proprio di De André. Poi da lì abbiamo iniziato a strimpellare con la chitarra. A nonno e nonna piaceva sentire me, mia sorella Emanuela, i miei cugini cantare “Andrea”, “Bocca di rosa”, “Via del campo”. Queste canzoni mi hanno accompagnato per tutta la vita».
E l’idea dello spettacolo come nasce?
«Sempre in Sardegna. Mi chiamò Sandro Fresi, con cui ancora non abbiamo capito se siamo parenti, e mi fece: “Ste, ma tu ci verresti al Faber festival a Tempio a leggere un brano dal romanzo di De André?”. Due giorni dopo mi richiamò. “Ma leggeresti anche due brani?”. Altri due giorni dopo ancora. “E faresti anche una canzone?”. Che poi sono diventate due. Alla fine la mia risposta fu: “Allora facciamo uno spettacolo?”. E Sandro: “Ma lo faresti davvero?”. È andata così».
Dell'Amore, della Guerra e degli Ultimi.
«Sono i tre argomenti principe della sua produzione. Lo spettacolo parte dall’amore, quattro canzoni che parlano di questo tema, l’ultima è “Andrea”, storia di un amore omosessuale tra due soldati, che dunque introduce il tema della guerra. Ancora canzoni e letture fino ad arrivare a “Carlo Martello”, che parla anche di un amore per una prostituta, e dunque porta a parlare degli ultimi. Su questo farò anche un monologo, “La scelta”, dedicato a un medico di Emergency impegnato a salvare la vita dei migranti. Il fine dello spettacolo è sostanzialmente questo: omaggiare De André senza volerlo emulare. E fare capire quanto i suoi testi siano ancora oggi attualissimi: l’amore crea sempre confusione, le guerre sono sempre presenti e gli ultimi sono sempre ultimi».
Cosa è per lei De André?
«È tante cose. Togliendo la parte romantica legata alla memoria, alla mia infanzia, dico che De André è una voce intellettualmente onesta che non ha avuto paura di affrontare argomenti spinosi. Si è sempre schierato dalla parte degli ultimi, dei reietti, ma provando empatia per loro, non pena. Trovando in loro pregi non visibili. E questo è emerso anche quando ha fatto cose non sue. Pensiamo a “Non al denaro non all’amore né al cielo”. È tratto sì dalle poesie di “Spoon river”, ma le frasi sono sue e di Fernanda Pivano. Non ha fatto una trasposizione del testo. È partito da quel seme e ha fatto germogliare la sua poesia, dando anche significati meno ermetici, più umani e più originali».
Lo ha mai incontrato?
«Non l’ho mai incontrato e non ci ho mai parlato, ma ho almeno avuto la fortuna di vederlo in un concerto dal vivo a Guidonia».
Dori Ghezzi ha visto lo spettacolo?
«Sarebbe dovuta venire lo scorso anno a Olbia, ma poi non riuscì. Chissà, magari viene sabato a Tempio...».
Per De André l’Agnata è stata una scelta di vita che, agli occhi dei sardi, lo ha in qualche modo fatto diventare sardo. Come è accaduto con Gigi Riva...
«La Sardegna ha questo potere. Se accoglie qualcuno e si accorge che quel qualcuno sente un forte senso di appartenenza è come se gli cedesse un pezzo di terra. La chiusura dei sardi è una banalità di chi la Sardegna non la conosce. I sardi sono un popolo aperto, nessuno come gli isolani conosce l’accoglienza. L’isola è un approdo di chiunque attraversa il mare. Quello che viene scambiato per chiusura è un senso di protezione».
In questa tre giorni sarà farà tappa a Luogosanto per vedere la vigna?
«Sarà difficile, perché subito dopo mi aspettano date a L’Aquila ed Empoli...».
Dopo il teatro?
«Sarò sul set del nuovo film di Rolando Ravello e poi a fine ottobre si torna in Grecia per girare la seconda stagione di “Kostas” per Rai 1. E poi forse un altro film di cui so poco anche io».
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