La Nuova Sardegna

Intervista

Cristiano De Andrè: «In Sardegna ho trovato la serenità»

di Francesco Zizi
Cristiano De Andrè: «In Sardegna ho trovato la serenità»

Il tour del cantautore sbarcherà a Cagliari il 26 luglio e il giorno dopo al teatro di Tharros a Cabras, due concerti all’insegna delle canzoni di Faber

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Dopo aver conquistato migliaia di spettatori in tutta Italia, Cristiano De André torna in Sardegna con il “De André canta De André Best Of Tour 2026”, il viaggio musicale dedicato all’opera di Fabrizio De André. Il cantautore sarà protagonista il 26 luglio alla Musica arena di Cagliari e il 27 luglio al teatro di Tharros a Cabras, due appuntamenti attesi per ripercorrere i brani più amati del padre e riportare sul palco parole ancora oggi profondamente attuali, «Come un prete laico che porta in giro le parole di pace di mio padre» racconta.

“De André canta De André” col tempo è diventato quasi un viaggio perpetuo nelle musiche di Faber, quando ha capito che non era più solo un omaggio, ma qualcosa di suo?
«Nel momento in cui ho messo mano agli arrangiamenti. Ho inciso quattro album con il titolo “De André canta De André”, rileggendo le sue opere con nuovi vestiti e nuovi arrangiamenti. A quel punto ho iniziato a sentirle anche un po’ mie. Da una parte ho avuto la fortuna di averlo visto scrivere quelle canzoni direttamente, dall’altra era proprio un suo desiderio che io facessi questo lavoro, perché voleva che partissimo insieme con un tour. Poi è morto, ma credo che oggi quelle canzoni le canterebbe ancora con me e ne sarebbe felice».

Esiste ancora un verso di suo padre che la mette in difficoltà o la sorprende quando lo canta?
«Sono tanti. “Dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior” fino a “Khorakhané” sono brani che mi emozionano profondamente. Mio padre ha toccato temi universali: l’amore, l’incomprensione, la pace, l’amore e la fratellanza. È stato un grande umanista, una persona che si è sempre occupata degli altri e che cercava di rendere la vita più sana attraverso valori come la solidarietà e la comprensione. Era un grande fan di Cristo, nel senso più profondo del messaggio di fratellanza».

Insegnamenti che oggi più che mai suonano attuali.
«Io mi sento un sacerdote laico che porta in giro la parola di mio padre. Durante i concerti chiedo anche alle persone di scambiarsi un cinque di pace. Nel mio caso è un gesto semplice, ma lo fanno molto volentieri. È un momento bello, perché la pace inizia dalle piccole cose, andando d’accordo con il vicino di casa. Anche le guerre, purtroppo, spesso partono dal piccolo odio, dall’impossibilità di comprendere l’altro».

Suo padre ha lasciato un’eredità musicale immensa. Qual è invece quella più privata, quella che non si vede sul palco?
«L’eredità più grande è proprio il fatto che si è sempre occupato degli altri, cercando di dare “indicazioni” su come vivere meglio. Lui negli ultimi anni era anche abbastanza disilluso, perché si rendeva conto che dopo 35 anni di canzoni contro la guerra e contro i soprusi il mondo non era cambiato. Io oggi credo che non basti condividere le sue parole, bisogna anche metterle in pratica».

Qual è il primo ricordo che le viene in mente legato all’Agnata?
«Il primo ricordo sardo in realtà è legato alla casa di Portobello di Gallura, dove continuo a vivere felicemente. L’Agnata è stata un secondo episodio, legato anche a Dori, ma io sono profondamente legato a quella casa di Portobello e al mare».

Quando era ragazzo scappò dall’isola per tornarsene a Genova.
«Era un periodo difficile per me, un periodo in cui mio padre voleva che vivessi a Tempio e che studiassi lì, ma io avevo bisogno di rivedere i miei amici, le persone con cui ero cresciuto. Allora sono scappato, ho fatto autostop e poi ho preso il traghetto per Genova. Era un’esigenza di un ragazzo che voleva tornare dai suoi punti di riferimento».

Il rapporto con la Sardegna è stato segnato anche dal dolore del sequestro.
«Sì, ma non ho mai smesso di amare la Sardegna dopo quella ferita, proprio come mio padre».

Dov’era quel giorno?
«Dovevo andare da mio padre a Tempio e per stare con lui, poi improvvisamente è arrivato un mio amico da Genova e si è fermato da me, quindi non sono andato. Il giorno dopo lo sequestrarono. Non so cosa sarebbe successo se fossi stato lì, magari avrebbero preso anche me. Quei quattro mesi sono stati un incubo, c’erano persone cattive che chiamavano dicendo “li abbiamo fatti fuori e li abbiamo nascosti lì”, e tutti correvamo a controllare, ma non c’era mai niente. Era un periodo angosciante, si sapeva sempre poco di come stavano. È un ricordo che ho cercato di rimuovere».

Ora però si trova bene qui.
«Come diceva mio padre, è uno dei posti migliori dove vivere. È quello che uno immaginerebbe come un paradiso terrestre: il mare meraviglioso, le foreste di sughero, una natura rigogliosa. La Sardegna racchiude il meglio di tanti paesaggi del mondo. In alcuni punti sembra di essere nel Grand Canyon, in altri alle Maldive. È una terra magica e sono felice di viverci».

Ci sarà anche qualcosa di negativo però.
«La sanità è un po’ indietro, dalle mie parti ci sono ancora molte lacune. Ho anche paura che la Sardegna venga svenduta e cementificata da grandi agenzie a cui viene dato il via libera per costruire sul mare. E poi sembra che accolgano in vacanza i soldati israeliani, è una cosa che mi infastidisce».

Oggi che guarda all’isola con gli occhi di un uomo e di un padre, più che di un figlio, cosa pensa di aver ricevuto da questa terra che non avrebbe potuto ricevere altrove?
«La serenità e la bellezza. Ogni volta che torno in Sardegna dopo un giro di concerti che mi impegna tanto, mi decomprimo. Sento che l’energia mi torna dentro. È come una lavatrice meravigliosa che ti rimette in sesto ogni volta. Vivo qui felicemente e ho venduto casa a Milano: l’unica casa che ho è a Portobello, e mi basta».

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