La Nuova Sardegna

L’intervista

Professione reporter, Toni Capuozzo si racconta: «Le persone si ricordano di me, non mi sono ancora abituato»

di Paolo Ardovino
Professione reporter, Toni Capuozzo si racconta: «Le persone si ricordano di me, non mi sono ancora abituato»

Il giornalista prenderà parte alla rassegna “Di mare e di stelle”

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La prima domanda la fa lui: «Sei nella redazione della Nuova Sardegna di Olbia?». Nei primissimi anni ’90 venne inviato a Olbia, era una stagione di grandi incendi, e per qualche giorno aveva trovato una scrivania e piena ospitalità dai colleghi. Dici Toni Capuozzo, pensi al giornalista che parla alla telecamera dal fronte. Sabato a Palau, per la rassegna “Di mare e di stelle” si racconterà nell’incontro in piazza dal titolo “il mestiere del reporter”. Il suo volto è entrato nelle case di tutti gli italiani. «Tanta gente si ricorda di me: non mi sono mai abituato a questa cosa», dice.

Capuozzo, c’era un reporter al quale si ispirava?

«No, anche perché quando ero ragazzino non sognavo di fare il giornalista, non ci ho mai pensato fino a quando l’ho fatto. Su “Epoca”, il giornale che entrava in casa mia, mi colpivano molto le esplorazioni di Walter Bonatti. Poi i primi giornalisti in carne e ossa li ho conosciuti con il terremoto in Friuli nel ’76».

Che effetto le ha fatto?

«Ho cominciato ad apprezzare la figura del giornalista, capendo che poteva soddisfare quello che mi piaceva: viaggiare e scrivere».

E come iniziò?

«L’anno dopo scrissi un articolo sul carnevale in una valle sperduta, più da antropologo forse, lo mandai a “Lotta continua” che ormai era solo un giornale. Qualche mese dopo mi chiesero di andare in Montenegro per raccontare un grande terremoto».

Un viaggio impegnativo.

«Ricordo che non c’era scritto “dal nostro inviato” ma “il diario di un terremotato friulano”. Mi avevano scelto proprio per associazione, forse (ride, ndr)».

Oggi non le piace quando la presentano come inviato di guerra, è vero?

«Mio papà è napoletano, mi sembra che porti sfiga (ride). Ogni volta che ho raccontato un conflitto immergendomi, soffrendo, costruendo amicizie, sono stato sempre aiutato dai direttori che se c’è qualcosa che ti piace troppo ti chiedono di fare altro. “Sei stato in America Latina? Allora vai in Sicilia”. Questo mi riportava in un ambiente normale. Non ho mai ritenuto che una storia non valesse la pena di essere raccontata».

È cambiato il modo di raccontare le guerre?

«Com’è cambiato tutto. A lungo una delle boe alle quali attaccarsi era che ci fosse un telefono per mandare il pezzo. Ovunque fossi, dovevi tenere presente la distanza dal primo posto utile per telefonare, finivi in fila con altri colleghi. Adesso sei in Afghanistan e ti arriva il messaggio della chat degli amici che chiedono di andare a mangiare una pizza».

Di conseguenza è tutto più veloce.

«Mi è successo di fare un viaggio e scriverne 15 giorni dopo perché le storie non erano invecchiate. Oggi già solo guardando il telegiornale della sera ti accorgi di sapere tutto dalla mattina. Io stavo via settimane, adesso dopo tre giorni dalla redazione ti dicono di tornare perché c’è già altro. E poi la gente crede di sapere tutto, invece ha letto solo i titoli».

Un reportage che avrebbe fatto adesso?

«Sarei curioso di vedere Dubai. Se si è ripresa, se il lusso, lì dove è passata la guerra, è tornato. A nessuno interessa, non è più la storia da prima pagina».

Ai Mondiali per Argentina-Inghilterra si è tornati a parlare della guerra delle isole Falkland o Malvinas nel 1982, lei c’era.

«Era la Buenos Aires dei generali, per la prima volta ho visto la potenza della propaganda di guerra. I giornali avevano convinto tutti che sarebbe andata bene per l’Argentina. Non occorreva essere degli strateghi per capire che non sarebbe stato così».

Come riuscì a intervistare in esclusiva Jorge Luis Borges?

«Non ho dato la cosa per impossibile, che è sempre una buona regola per un giornalista. Mi sono messo a cercare tutti i Borges dell’elenco telefonico fino a quando non mi ha risposto lui (ride). Rimase sorpreso, mi disse “vieni domani mattina”».

Nel 1992 tornò da Sarajevo con Kemal, un bambino che poi ha cresciuto per cinque anni. Come è accaduto?

«Lì per me fu il fallimento dei giornalisti, perché capivi che mandare i pezzi non serviva a niente e sei in una situazione in cui sei spinto a fare qualcosa. È una storia difficile, ha vissuto con me poi è dovuto tornare. Abbiamo un ottimo rapporto, ci sentiamo spesso, lui ora ha 33 anni. Però è stato un periodo di sofferenza: cresci un bambino e poi devi restituirlo... sui social si chiama Capuozzo. Ha adottato lui me».

Racconterebbe i conflitti di oggi?

«Di andare in guerra non ho più voglia, anche se mi dessero mille rassicurazioni. Vedere sofferenze, morti... no, ho riempito il sacco. Sulle storie, penso a quella della comunità italiana in Venezuela».

A gennaio la cattura di Maduro, un altro grande evento che abbiamo superato velocemente.

«Gli italiani lì erano considerati paperon dei paperoni, chi è andato in Venezuela ha aperto fabbriche e ristoranti. La situazione invece precipita e da condizione di benessere si passa a un contesto dove c’è persino penuria di cibo e medicinali. Incredibile. Incarna la paura che avevamo a fine secolo, l’incubo che una guerra improvvisamente ci faccia rinunciare al benessere che ormai è uno status». 

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