La Nuova Sardegna

L’intervista

Estate 2026 all’insegna dei big della musica: «Serve una legge, gli artisti sardi non sono elementi folkloristici» – La denuncia

di Ilenia Mura
Estate 2026 all’insegna dei big della musica: «Serve una legge, gli artisti sardi non sono elementi folkloristici» – La denuncia

La battaglia del leader del gruppo rap Sa Razza: «Migliaia di euro fuori dall’isola, la Regione tuteli il nostro lavoro»

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«Bisogna essere uniti, sappiamo di non essere una priorità per la politica sarda, ma è anche vero che siamo stanchi di vedere migliaia e migliaia di euro spesi solo per produzioni estere». Quilo dei Sa Razza non fa mistero di una battaglia che porta avanti da anni, questa volta, però, tira dritto al punto: «Ci vuole una legge che ci tuteli».

Sardegna capitale indiscussa della musica dal vivo in Italia. Da Olbia ad Alghero, alla Costa Smeralda, l’Ogliastra, Cagliari, Sassari e l'Oristanese, Sulcis Iglesiente i mesi caldi trasformano l'isola in un enorme palco a cielo aperto sotto le stelle. Stadi, arene e spiagge registrano il tutto esaurito grazie a rassegne capaci di attrarre i più grandi nomi della scena pop, urban, jazz e rock nazionale e internazionale. I big delle classifiche attirano migliaia di fan: un successo commerciale indiscutibile, che crea un grande indotto economico e posiziona la terra sarda, col suo mare cristallino, al centro delle rotte turistiche dello spettacolo. Anche per un binomio (irrinunciabile per gli artisti) che fa tendenza: lavoro e vacanze nell’isola. Vuoi mettere?

Eppure, dietro le luci dei riflettori e i numeri da record, si nasconde un paradosso sempre più evidente: l'assenza, o la forte marginalizzazione, dei musicisti sardi all'interno di questi stessi cartelloni. Se si scorrono le line-up dei principali festival estivi, salta subito all'occhio come la stragrande maggioranza degli slot sia occupata dai "big" della penisola o da star straniere. Agli artisti locali, spesso anche a quelli con carriere solide e seguiti importanti, vengono riservati per lo più i ruoli di apertura nei pomeriggi assolati o palchi secondari (spesso sottopagati) nelle fasce orarie di minor affluenza. Una tendenza che genera una domanda spontanea: l'estate sarda è un'opportunità di crescita per il territorio o è diventata una vetrina puramente d'importazione?

Stesso ragionamento per i grandi palchi del Capodanno, con gli artisti sardi (fra questi il leader dei GolaSeca, Roberto Cossu) che in passato hanno provato timidamente ad alzare la mano, puntando il dito contro un’abitudine che sembra essere la normalità: l’esclusione dai palchi dei grandi eventi sardi della musica made in Sardegna

«Ormai quasi una regola che induce gli artisti ad abbondare i loro progetti e il mondo della musica, un vero peccato». Ecco perché c’è chi, questa battaglia, attraverso il coordinamento Sa mesa de is artistas sardus, la conduce da anni: Quilo (Alessandro Sanna), dei Sa Razza, appena tornato sulla scena musicale con “QR Code” prova a dare una soluzione, prendendo le distanze da lamentele e polemiche, per quella che lui definisce una sorta di “servitù artistica” per favorire il modello dei grandi nomi sulla scia di una strategia di marketing spot. «Non siamo elementi folkloristici – afferma – e non possiamo prestarci a qualche apertura sottopagata o addirittura gratuita in cambio di visibilità». 

Dai concerti dei big nell’isola passando per i grandi eventi come il Red Valley: sul palco c’è solo un rapper sardo, Low Red. 

«Gli artisti sardi si sentono frustrati, ma la nostra non è una lamentela fine a se stessa, bensì una battaglia per la dignità. Il problema non sono i festival privati che è normale possano decidere le line up, nazionali o internazionali, il problema sono i fondi pubblici destinati alle amministrazioni o gli enti pubblici che spesso e volentieri sono usati per portare super star per i grandi eventi. Anche su questo niente di male, ma bisogna prendere coscienza che gli artisti sardi dovrebbero essere tutelati anche perché le grandi major e le agenzie prendono questi fondi e li portano a fruttare altrove, fuori dalla Sardegna».

Si dice: il pubblico vuole i big. Vi sentite messi da parte?

«Il pubblico ormai è educato a questa cosa, da anni vive l’artista sardo come quello provinciale e come quello che tanto non ti porta la gente. Non si tratta poi di sentirsi messi da una parte a livello morale, non è che per forza devi avere gli artisti sardi, il punto è che secondo me ci vorrebbe una legge in Sardegna a tutela della nostra musica, e non parlo della musica fatta in sardo, perché non è questo il punto. Il fatto è che gli artisti residenti, che producono in Sardegna, hanno una discografia, hanno uno storico e sono attivi. Insomma sono artisti che generano cultura e devono avere una loro quota, perché non è possibile che ogni volta che c’è un evento si spendano migliaia e migliaia di euro solo per artisti che arrivano da fuori. Sì, non c’è niente di male, noi siamo contenti, ma bisogna trovare il modo di incentivare il lavoro per gli artisti isolani e anche uno scambio, che molti fanno, anche se oggi si preferisce il grande artista». 

Quali sono le azioni messe in campo?

«Da parte nostra non sono state messe, alcuni la stanno facendo notare anche se spesso viene percepita come lamentela o come solita lagna ma non è così, qualsiasi arista che scrive sta denunciando e si sta esponendo. Ed è brutto vedere i miei colleghi abbandonare progetti perché non c’è più spazio, non sempre è così perché esistono piccoli festival virtuosi che promuovono e danno spazio. Ovviamente l’artista più forte assorbe la maggior parte del budget ma se ci fosse una legge questo budget potrebbe essere suddiviso in maniera congrua per promuovere inclusione, sviluppo professionale e sostenibilità, con fondi dedicati a residenze, mobilità e cultura diffusa, per valorizzare la filiera artistica autonoma e dignitosa». 

In pratica – secondo Sanna – «la politica culturale sarda favorisce grandi eventi con nomi nazionali, escludendo artisti residenti e professionisti locali, creando dipendenza e svalutando il talento sardo». 

«Abbiamo visto nostri gruppi rap rock raggae che riempiono le piazze. Gli artisti dovrebbero essere molti più uniti e sensibilizzare i comitati delle feste per dare una mano agli artisti indipendenti capaci, riconosciuti e dando spazio anche agli emergenti, il nostro è sempre un lavoro che va pagato. La musica fa parte di una filiera: studi di registrazione, video, fotografici, scuole di musica, sale prova». 

«Per quanto mi riguarda – conclude Quilo – non è mistero che queste cose le dico da anni e mi sono spesso ritrovato solo. Ci troviamo in questa situazione in cui l’artista è solo. Il mio appello è quello di unirsi e non di lamentarsi, ma agire. Non si può risolvere in due minuti con la bacchetta: serve una interlocuzione seria con la Regione». 

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