Luca Bianchini: «Ho iniziato scrivere per sfida La tv? Dà visibilità ai miei libri»
Lo scrittore torinese sarà al festival letterario di Assemini per presentare “Le ragazze di Tunisi”
Luca Bianchini ci porta nella Tunisia degli anni ’50 e ’60. “Le ragazze di Tunisi”, edito da Mondadori, è un viaggio nel tempo che, tra malinconia e l’immancabile ironia dello scrittore, è anche una storia di emigrazione che, seppure in forme molto diverse, appartiene alla memoria di molti italiani. E nel caso di Bianchini, che presenterà il libro venerdì 2 ottobre alle 20 alla terza edizione del Festival Lethèrario di Assemini, è anche una storia di famiglia.
Perché ha sentito proprio adesso il bisogno di tornare indietro nella storia della sua famiglia e raccontare sua madre, le sue zie e sua nonna?
«È tutto partito da un lutto: la morte di mio padre. Siamo rimasti con mio fratello insieme a mia madre e ci siamo trovati di fronte a una persona nuova, da consolare, da scoprire. Per elaborare il lutto, per distrarla, abbiamo tirato fuori le vecchie foto. E abbiamo iniziato a parlare della sua vita a Tunisi fino ai 18 anni: i cammelli, la Medina, i bagni a Cartagine. Mi è sembrata una storia da approfondire...».
Non la conosceva per nulla?
«Poco, era una mia grande lacuna. Allora ho intervistato subito le mie zie. In due giorni ho fatto tutto. E da ognuna di loro ho raccolto pezzi di verità, anche scomoda. È come se, arrivate a una certa età, avessero perso ogni freno inibitorio e avessero raccontato anche cose non gradevoli. Quelle più brutte le ho omesse, ma tutto ciò che ho raccontato è accaduto veramente».
È andato anche a Tunisi?
«Sì, è stata una scoperta. Ho ritrovato la chiesa, la casa di mia madre, il suo nome nel registro. È stato emozionante. Quello che mi ha colpito è che noi italiani, e in generale gli europei, abbiamo lasciato un bel ricordo».
Nel romanzo c'è una Tunisi cosmopolita, fatta di italiani, francesi, tunisini, ebrei e maltesi, ma anche una città alla vigilia di grandi cambiamenti. La Tunisi di oggi è diversa?
«Un po’ più sdrucita, ma comunque piena di fascino. Un po’ meno cosmopolita, ma le rimane quel dna di accoglienza che accomuna le città di mare».
I suoi romanzi sono spesso stati adattati al cinema. Mentre scriveva “Le ragazze di Tunisi” ha mai immaginato il film?
«Io racconto storie solo pensando ai lettori. Ma potrebbe essere perfetto sia per un film che per una fiction». Quando ha capito che avrebbe potuto fare davvero lo scrittore di mestiere? «Il mio amico Marco Ponti aveva scritto la sceneggiatura di “Santa Maradona” e mi sono detto: se l'ha fatto lui, ci posso riuscire anche io. Lo so, non è una cosa poetica, tutto è nato da uno spirito di competizione, ma ero consapevole di saper scrivere meglio di altri. Ma non sapevo di cosa scrivere. Conoscendo Marco ho capito come trasformare le esperienze di vita in finzione, che non è una cosa facile».
Lei va spesso in tv: le piacerebbe un programma suo?
«Io vado in tv per avere visibilità per i miei libri. La tv, in qualche modo, ti legittima: il solo apparire sembra un merito. Uso la tv come uso i social: sono complementari alla mia vita di scrittore. È l'unica che mi interessa».
Un artista che ha incontrato che le piacerebbe trasformare in un personaggio di un libro?
«Più i cantanti degli attori. Eros Ramazzotti, che ho già raccontato in un libro, è da romanzo: inquieto, pieno di sfaccettature, ma una persona buona».
Spesso è ospite in Sardegna di festival letterari. C'è un incontro con il pubblico che ricorda in modo particolare?
«Ero ospite di Éntula e da Villanovaforru ci siamo spostati in un paesino, forse Sarule. Era deserto. Alla presentazione del libro eravamo solo in sei, ma persone così carine... Poi la notte ero in un albergo un po’ sperduto, suonò l’allarme, ma non c’era nessuno per disattivarlo e noi clienti ci siamo ritrovati tutti svegli a socializzare in mutande».
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