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L'intervista

Roberto Bolle: «Caravaggio è luce e tormento. La danza? Continua a darmi emozioni»

di Alessandro Pirina
Roberto Bolle: «Caravaggio è luce e tormento. La danza? Continua a darmi emozioni»

Il grande ballerino ritorna in scena dopo dieci anni al Teatro Lirico di Cagliari

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Manca dal Teatro Lirico di Cagliari da dieci anni. Roberto Bolle ritorna con uno spettacolo che mescola arte ed emozione. Da domani, 16 ottobre, a domenica, 18 ottobre, il grande ballerino italiano, uno dei più grandi di sempre nella danza mondiale, sarà nell’isola con “Caravaggio”, che chiude la stagione del Lirico. Un capolavoro firmato Mauro Bigonzetti, di cui è protagonista l’étoile internazionale, affiancato da una compagnia di straordinari talenti creata ad hoc. Completano lo spettacolo le musiche di Claudio Monteverdi, riorchestrate da Bruno Moretti, una suggestiva scenografia, il disegno luci di Carlo Cerri e i costumi-pelle di Lois Swandale e Kristopher Millar. L’Orchestra del Teatro Lirico di Cagliari è diretta dal milanese Marco Dallara.

Bolle, Caravaggio e la danza sembrano appartenere a linguaggi diversi. Come è riuscito a fonderli nella stessa lingua?

«Sicuramente il lavoro principale lo ha fatto Mauro Bigonzetti quando ha concepito questo personaggio. Non è semplice, perché la scelta non è stata quella di portare in scena la vita di Caravaggio. Il balletto non segue questo filo narrativo, ma vuole aprire uno squarcio sulla vita di Caravaggio, come una serie di finestre anche sul piano delle emozioni. Caravaggio si trova a relazionarsi con tre figure femminili: Luce, Ombra e Bellezza. E quindi ci sono questi passi a due che caratterizzano lo spettacolo. Incombe la luce, da cui Caravaggio viene sedotto, portandola nei suoi dipinti. Entra in scena l’ombra, e dunque il tormento, e inizia un periodo di alti e bassi. Insomma, Caravaggio, attraverso le luci, la coreografia e i corpi, esce sulla scena con questi momenti armonici e altri tormentati».

Il Caravaggio di Bigonzetti non è soltanto il genio della pittura, ma anche un uomo inquieto, attraversato da conflitti e contraddizioni. C’è qualcosa di questo ruolo che l’ha messa particolarmente alla prova?

«È un personaggio che, a chi lo interpreta, dà la possibilità di avere tanti colori, tante sfumature. E questo è molto interessante per un artista, perché permette di portare in scena un grande ventaglio di emozioni. Sicuramente la parte più tormentata, quella drammatica, è la più difficile. Invece, quella poetica è più facile da mettere in scena. Sono in un momento della carriera in cui mi trovo a interpretare ruoli drammatici e non solo estetici. Caravaggio è un personaggio con cui mi sono trovato a mio agio, proprio per il fatto di poter passare da una sensazione all’altra. Mi piace interpretarlo e offrire sensazioni differenti».

C’è un personaggio, dopo Caravaggio, che le piacerebbe un giorno trasformare in danza?

«È una domanda difficile, perché io in realtà non avevo neanche intenzione di portare in scena Caravaggio. Questo è un balletto di cui mi sono innamorato tre anni fa a Buenos Aires. E dunque è una domanda che non mi pongo: non cerco soggetti da interpretare, quello è più il lavoro del coreografo».

La Sardegna ha un’identità culturale forte. Che rapporto ha con l’isola?

«Ho iniziato a venire in Sardegna almeno vent’anni fa, in particolare a Cagliari. Ho sempre ricevuto un grande affetto, sempre supportato con grande generosità e gratitudine. Anche quest’estate, alla Forte Arena. Ora sono particolarmente felice di portare questo spettacolo. Ha un grande impatto teatrale, c’è l’orchestra dal vivo, che quasi mai ho portato con me».

Dopo una carriera internazionale che l’ha portata sui palcoscenici più prestigiosi, continua a essere un ambasciatore della danza anche fuori dai teatri. Che cosa la entusiasma ancora oggi del suo mestiere?

«Quello che mi entusiasma è la possibilità di creare sempre qualcosa di nuovo. Ho lavorato tanto, ho costruito tanto: ora ho la possibilità di scegliere. Ogni anno faccio cose nuove. Non è mai una ripetizione di qualcosa di già fatto, di già visto, di sempre uguale. È qualcosa che si rinnova e questo mi dà entusiasmo, perché c’è la possibilità di inventare, di creare, di coinvolgere i ragazzi e il pubblico, chi la danza la ama e chi non sa di amarla perché non la conosce».
 

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