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Sassari riscopre Edina Altara: teatro pieno e applausi per il docufilm sulla sua vita

Sassari riscopre Edina Altara: teatro pieno e applausi per il docufilm sulla sua vita

Cinquecento spettatori alle due serate del Civico e centocinquanta studenti alle proiezioni del mattino: il racconto tra arte e memoria conquista il pubblico

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Sassari Ci sono applausi che chiudono una proiezione e altri che sembrano voler prolungare il film, trattenere ancora per qualche istante le persone e le emozioni appena incontrate sullo schermo. Al Teatro Civico di Sassari, nelle serate di giovedì 22 e venerdì 23 ottobre, «Edina – Una vita per l’arte» ha ricevuto questa seconda, più preziosa forma di riconoscimento. Un’accoglienza calorosa, insistente, che in entrambe le occasioni ha reso difficile a Federico Spano, pronipote dell'artista, prendere la parola sul palco.

Circa cinquecento spettatori hanno riempito complessivamente le due proiezioni serali, con il teatro strapieno, mentre gli appuntamenti del mattino hanno coinvolto circa centocinquanta studenti. Un pubblico di generazioni diverse per un’opera che trova proprio nella capacità di avvicinare Edina Altara a chi ancora non la conosce la sua ragione più convincente.

Ideato da Federico Spano e Salvatore Corazza, che ne firma anche la produzione esecutiva, il mediometraggio sceglie una strada difficile da ricondurre a un’unica definizione. La documentazione e le testimonianze convivono con la ricostruzione, il racconto della carriera artistica con l’evocazione della vita privata. La precisione delle informazioni sostiene una narrazione che cerca soprattutto la persona: la giovane donna, gli affetti, le separazioni, il coraggio di costruirsi uno spazio attraverso il proprio talento.

È in questo incontro fra documentario e finzione che «Edina» trova la sua voce. Le ricostruzioni rendono percepibile la distanza fra ciò che di una vita resta negli archivi e ciò che possiamo provare a immaginare. Gli scatti fotografici con il marito, l’illustratore Vittorio Accornero, e la sequenza dell’addio sul transatlantico danno corpo a questa ricerca. La fotografia, da documento, diventa situazione; il passato acquista il tempo e il respiro di un’esperienza umana.

A tenere insieme materiali tanto diversi è soprattutto il montaggio di Andrea Corazza, uno degli elementi più riusciti del film. Chirurgico negli accostamenti, emozionante nella costruzione delle sequenze, imprime al racconto un ritmo che impedisce alla ricchezza delle fonti di trasformarsi in accumulo. Il suo lavoro misura il peso di un’immagine, la durata di una testimonianza, il passaggio fra informazione e suggestione. È qui che una materia potenzialmente frammentaria diventa cinema: nella relazione fra le parti, nella capacità di accompagnare lo spettatore senza appesantire il racconto.

Le musiche originali di Flavio Ibba partecipano pienamente a questa costruzione. Danno a ogni passaggio un’atmosfera, sostengono i cambiamenti emotivi, legano il percorso dell’artista alla dimensione più intima della sua storia. Una scrittura musicale che trova un momento di particolare intensità nella versione di «No potho reposare»: l’arrangiamento essenziale lascia spazio alla voce della cantante sassarese Grace Lintas, interprete di una prova di grande sensibilità. Un brano così familiare torna a farsi ascoltare, e a commuovere, attraverso la misura dell’esecuzione.

Fondamentale il contributo della storica dell’arte Giuliana Altea, autrice delle due monografie dedicate a Edina Altara: la sua lettura ne ricostruisce il percorso artistico e lo colloca nel contesto culturale del Novecento, dando al racconto un solido fondamento storico.

Fra le testimonianze, la partecipazione di Vittoria Nonis, nipote di Edina e figlia della sorella Iride Altara, porta nel film il valore insostituibile della memoria familiare. Accanto alla lettura delle opere, emerge la prossimità di una voce che appartiene alla storia raccontata. È un contributo toccante, che aiuta a restituire alla protagonista la sua consistenza di persona.

Di particolare rilievo è l’intervento di Antonio Marras, che alle sorelle Altara ha dedicato una sua collezione. Il suo sguardo riconosce in Edina una vera stilista e ne esalta la maestria. È un riconoscimento che permette di leggere la moda come parte integrante della sua ricerca: un altro terreno sul quale esercitare l’invenzione, trasferire il disegno nella vita, dare forma a un’idea di bellezza. Nelle parole di Marras, il talento di Altara acquista così una precisa evidenza professionale. A riconoscerlo è un autore che conosce dall’interno il lavoro necessario a trasformare un’immagine in un abito.

Il ritratto si arricchisce con gli interventi dell’architetto Antonello Cuccu, artista, docente e curatore di numerose mostre per la casa editrice Ilisso, del collezionista Luigi Angius e di Giovanna Palimodde, proprietaria di Su Gologone, fra le prime a valorizzare l’opera di Edina attraverso una collezione di ceramiche e ambienti a lei dedicati. Insieme alle testimonianze di Spano, della storica dell’arte Giuliana Altea e di Maria Paola Dettori, direttrice della Pinacoteca nazionale di Sassari, queste voci restituiscono la pluralità di un percorso che attraversa illustrazione, arti applicate, decorazione e design. Una varietà che il film riesce a ricomporre attorno alla personalità dell’artista.

Il dialogo è proseguito dopo le proiezioni: la prima sera Spano è salito sul palco con Giuliana Altea, la seconda con Maria Paola Dettori. Due occasioni per approfondire il rapporto fra la vicenda di Altara, la ricerca che ne ha accompagnato la riscoperta e il racconto appena condiviso con il pubblico.

La realizzazione del docufilm è stata promossa dall’associazione culturale Mousikè di Sassari, con il contributo economico del Comune di Sassari e della Fondazione di Sardegna. Un sostegno che ha permesso di tradurre il lavoro di ricerca e il progetto narrativo in un’opera destinata a incontrare pubblici diversi.

Per Salvatore Corazza queste giornate rappresentano infatti l’inizio di un percorso che porterà il film in altre sale della Sardegna e fuori dall’isola. L’accoglienza del Civico offre una prima, solida conferma al lavoro svolto.

Resta soprattutto la forza della protagonista. Una donna capace di affermarsi giovanissima in un ambiente artistico dominato dagli uomini e di attraversare con libertà linguaggi e discipline. «Edina» rende questa determinazione visibile attraverso una storia, anziché affidarla a una formula celebrativa. E il risultato più significativo delle due giornate sassaresi è forse proprio questo: aver trasformato la riscoperta di un’artista in un’emozione condivisa.

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