La Nuova Sardegna

Torna la tensione su Hormuz: il ruolo dell'Iran e il rischio sull'energia

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(Adnkronos) - Lo Stretto di Hormuz è da decenni l'arteria giugulare dell'economia energetica globale, ma raramente come oggi la sua centralità appare così carica di rischi strutturali. Non solo perché da questo stretto corridoio marittimo passa una quota decisiva dell’energia globale, ma perché è cambiato il modo in cui la minaccia viene esercitata dal regime iraniano, percepita dagli attori che dipendono dalla possibilità di attraversarlo liberamente, e gestita da chi si occupa di sicurezza internazionale. Ogni giorno attraverso lo Stretto di Hormuz transitano circa 18–21 milioni di barili di petrolio, pari a circa il 20-25% del consumo mondiale, oltre a una quota significativa del commercio globale di gas naturale liquefatto. La maggior parte di questi flussi è diretta verso l’Asia: Cina, India, Giappone e Corea del Sud dipendono in misura critica dalla sicurezza di questo passaggio. Il Qatar, tra i maggiori esportatori mondiali di Lng, utilizza quasi esclusivamente Hormuz per raggiungere i mercati internazionali. Esistono alternative terrestri, come oleodotti in Arabia Saudita e negli Emirati, ma la loro capacità resta limitata e non può compensare un’interruzione prolungata del traffico marittimo. Per questo motivo ogni tensione nello Stretto si riflette immediatamente sui mercati energetici, sui premi assicurativi delle petroliere e sulla percezione del rischio geopolitico globale. Negli ultimi mesi l’attenzione internazionale si è concentrata sul rafforzamento delle capacità militari iraniane lungo la costa meridionale del Paese, in particolare nella provincia di Hormozgan e nell’area di Bandar Abbas, principale hub navale iraniano affacciato sullo Stretto. Non si tratta di una singola mossa dimostrativa, ma di un sistema militare integrato che comprende missili antinave con gittata fino a 2.000 km e balistici con maggiore gittata e precisione come i Qassem Bassir (svelati a maggio 2025), sistemi di difesa aerea costiera, droni impiegabili in modo coordinato e forze navali leggere, inclusi sottomarini difficili da individuare. La Marina dell'Irgc ha introdotto piattaforme innovative come la portadroni Shahid Bagheri e ha rimesso in servizio fregate aggiornate come la Sahand, dotate di difese aeree potenziate. Questo dispositivo militare non serve solo alla deterrenza, ma permette un controllo asimmetrico del mare capace di saturare le difese avversarie. Capacità più sofisticate e meglio integrate rispetto al passato. Il punto centrale, in ogni caso, non è la possibilità di “chiudere” lo Stretto (ipotesi che molti analisti considerano difficilmente sostenibile nel lungo periodo) bensì la capacità di rendere credibile e costante la minaccia di instabilità. Durante la guerra Iran-Iraq degli anni Ottanta, la cosiddetta “guerra delle petroliere” vide attacchi, mine navali e sabotaggi che colpirono il traffico mercantile. Il rischio era elevato, ma le capacità militari erano limitate e le dinamiche relativamente prevedibili. Tra il 2011 e il 2019, in risposta alle sanzioni internazionali, Teheran minacciò più volte di bloccare lo Stretto, dando luogo a sequestri di navi e incidenti mirati. Anche in quel caso, però, la strategia iraniana era soprattutto politica e simbolica, più che fondata su un controllo operativo stabile. Oggi la differenza è qualitativa. Non è necessario un attacco diretto o una chiusura formale: è sufficiente la percezione di una minaccia credibile per rallentare il traffico marittimo, far aumentare i costi assicurativi, alimentare la volatilità dei prezzi dell’energia e costringere le cancellerie occidentali a reagire in tempo reale. La precisione dei nuovi missili (come i Fattah ipersonici) e l'uso di "loitering munitions" (droni kamikaze) rendono obsoleto il concetto di "linea del fronte": ogni nave commerciale è un potenziale bersaglio statico in un raggio di centinaia di chilometri. Non solo missili: l'Iran ha investito pesantemente nel Gps spoofing (falsificazione dei segnali Gps) che induce le navi mercantili a entrare in acque iraniane "per errore", facilitandone il sequestro legale. Il pericolo principale non è una guerra dichiarata, ma un’escalation accidentale. In uno spazio marittimo estremamente ristretto transitano ogni giorno petroliere, navi mercantili e unità militari di più Paesi. Un drone abbattuto, un segnale radar interpretato erroneamente o una manovra considerata ostile possono innescare una reazione a catena difficilmente controllabile. La rapidità delle tecnologie militari moderne riduce i tempi di decisione e aumenta il rischio di errore. A questo si aggiunge l’amplificazione immediata di ogni incidente da parte dei media e dei social network, che trasforma episodi locali in crisi politiche internazionali, riducendo i margini per soluzioni diplomatiche silenziose. Il confronto con il passato mostra una differenza sostanziale. Se prima la minaccia era episodica, oggi appare strutturale. Se in passato la deterrenza si basava su gesti simbolici, ora poggia su un sistema militare complesso e integrato. Lo Stretto di Hormuz resta aperto, ma è proprio questa apparente normalità a rendere il rischio più insidioso: la stabilità non è più garantita dall’assenza di tensioni, bensì da un equilibrio fragile in cui basta poco per spostare l’ago della bilancia.
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