La Nuova Sardegna

Neoplasie urologiche, Irccs Regina Elena Roma protagonista di 2 studi all'Esmo

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Roma, 27 ott. (Adnkronos Salute) - Arrivare all'intervento chirurgico dopo un trattamento farmacologico mirato, invece di operare subito, può cambiare il destino dei pazienti con alcuni tumori urologici. È il messaggio comune dei due studi a cui l'Urologia dell'Istituto nazionale tumori Regina Elena (Ire), diretta da Giuseppe Simone, coautore di entrambi i lavori, ha dato un contributo decisivo. I risultati - presentati in occasione del congresso della Società europea di oncologia medica (Esmo) che si chiude oggi a Madrid - confermano che il chirurgo oggi non lavora da solo: ogni paziente ha diritto a un percorso multidisciplinare, in cui la terapia medica prepara e completa l'intervento. "Volga è un passo verso l'ottimizzazione del trattamento, con la massima attenzione alla riduzione del profilo di tossicità - sintetizza Simone - Proteus è il primo studio a introdurre il trattamento medico a supporto della chirurgia del carcinoma prostatico. È un ulteriore passo verso la necessaria multidisciplinarietà che merita ogni nostro paziente". Lo studio Volga - informa una nota dagli Ifo, gli Istituti fisioterapici ospitalieri a cui fa capo l'Ire - ha coinvolto quasi 700 pazienti con tumore della vescica muscolo-invasivo candidati all'intervento chirurgico. Ha confermato i benefici di una combinazione di due farmaci somministrata prima dell'intervento: un anticorpo coniugato di nuova generazione, enfortumab vedotin, e un immunoterapico, durvalumab. Dopo l'intervento i pazienti hanno proseguito con il solo durvalumab. Questo approccio praticamente raddoppia sia la sopravvivenza libera da recidiva sia la sopravvivenza globale. Lo studio dimostra anche che intensificare il trattamento non sempre è utile: l'aggiunta di un terzo farmaco, tremelimumab, non ha offerto alcun beneficio. Inoltre, limitare l'anticorpo coniugato alla sola fase che precede l'intervento ha permesso di ridurre la tossicità dell'intero percorso terapeutico. Più efficacia, quindi, con meno tossicità. I nuovi dati dello studio Proteus presentati all'Esmo rispondono a una domanda che l'urologo si sente rivolgere spesso: 'Non è meglio operare il prima possibile?'. Lo studio ha confrontato due gruppi di pazienti con carcinoma prostatico ad alto rischio: chi è stato operato subito e chi ha ricevuto una terapia ormonale intensificata. La terapia è durata 6 mesi prima e 6 mesi dopo l'intervento e associava gli analoghi Lhrh (ormonoterapia) a un inibitore del recettore degli androgeni, una combinazione già in uso per la malattia metastatica. Con questa strategia il rischio di evoluzione metastatica della malattia si può dimezzare. È un risultato che potrebbe incidere sull'aspettativa di vita di questi pazienti. "Essere tra i centri che hanno contribuito di più a due studi internazionali di questo rilievo conferma la vocazione del Regina Elena come Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico - dichiara Giovanni Blandino, direttore scientifico dell'Irccs Regina Elena - Partecipare alla ricerca clinica significa offrire ai nostri pazienti un accesso tempestivo alle terapie più innovative e contribuire, insieme alla rete internazionale, a definire i percorsi di cura di domani". "Questi risultati dimostrano che una struttura pubblica può essere protagonista della ricerca internazionale, non spettatrice - aggiunge Livio De Angelis, direttore generale Ifo - Quando i nostri professionisti sono tra i primi al mondo ad arruolare pazienti negli studi che cambiano la pratica clinica, significa che i cittadini che si rivolgono al Regina Elena ricevono oggi le cure che altrove arriveranno domani. È su questo modello, che unisce chirurgia, oncologia medica e ricerca, che continueremo a investire".

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