Il turismo in Italia è un settore strategico e se non si interviene subito per riorganizzarlo alla luce delle esigenze sorte in relazione al Covid-19, rischia di collassare. Ma la riorganizzazione non è semplice sia perché il turismo racchiude un complesso set di filiere economiche, sia perché le strutture ricettive sono di diverse tipologie. Inoltre, coinvolge professionalità diversificate anche dal punto di vista delle competenze, così come ogni forma di turismo si rivolge a target di popolazione con differenziate capacità finanziarie. Questa articolazione ha costituito elementi di forza, e di debolezza, e soprattutto questi ultimi sono emersi in modo eclatante nel corso dell’emergenza sanitaria.
Mi limito ad un solo esempio (anche se non riguarda soltanto il settore del turismo): il lavoro stagionale e precario, quando non sommerso e irregolare, a causa della chiusura forzata, si è trasformato in nuova povertà, per lo più invisibile anche rispetto agli interventi pubblici di sostegno. Riferendomi alla Sardegna e nonostante le evidenti difficoltà, il turismo può essere riorganizzato in sicurezza? Per farlo di che cosa avrebbe bisogno? Parto da quest’ultima domanda. Anzitutto, bisogna sapere se la Regione è in grado di riorganizzare la sanità distribuendo nel territorio unità specifiche di pronto intervento, nel caso che si rilevino casi positivi di Covid-19; in secondo luogo, c’è bisogno di regole chiare nell’uso e fruizione degli spazi aperti e chiusi, pubblici e privati; in terzo luogo, è necessario monitorare chi arriva, non chiedendo improbabili tamponi o certificati di immunità, bensì costruendo una rete informatizzata delle presenze, tracciarne i contatti, prendendosene cura nel caso che abbiano avuto contatti pericolosi, allo stesso modo in cui si dovrebbe farlo con i residenti. Il monitoraggio può essere fatto prima della partenza o nelle strutture ricettive e nelle abitazioni di cui molti turisti sono proprietari. Vorrei ricordare che una parte rilevante del flusso turistico gravita attorno alle seconde case e sarà difficile (anche sul piano normativo) continuare ad impedirne la riapertura. Senza garantire queste tre condizioni-base, qualunque richiesta di apertura potrebbe costituire un autentico rischio.
Credo però che questa sia anche l’occasione per maturare un’altra idea di turismo, al di là dell’emergenza sanitaria. Fino a qualche mese fa alcune amministrazioni locali si erano poste il problema di come contenere l’affollamento, soprattutto nei luoghi a chiara vocazione turistica, adottando regole in senso sostenibile. Penso, ad esempio, ad alcune spiagge situate nei comuni di Stintino, Baunei e Orosei. Ebbene, l’esempio di questi tre comuni può essere potenziato ed esteso a tutto il territorio regionale, favorendo una maggiore distribuzione dei turisti? In altre parole, l’emergenza sanitaria può essere l’occasione per trasformare tutta la Sardegna in una regione ad alto pregio ambientale e quindi economico?
A ben pensarci le ragioni della sostenibilità ambientale che avevano spinto alcuni sindaci l’estate scorsa a adottare politiche coerenti e misure volte principalmente alla tutela della salute pubblica negli spazi aperti, oggi possono essere utili anche per sostenere le ragioni di ordine sanitario rispetto al virus. Ovvero, la crisi in atto può essere occasione per introdurre nuovi modelli di fruizione turistica orientati, per un verso, alla responsabilizzazione dell’utenza nella tutela sia del patrimonio ambientale e culturale, sia della salute dei cittadini; per un altro verso, all’adozione di politiche sostenibili più complessive, quali quelle della riorganizzazione delle funzioni degli insediamenti urbani, privilegiando i cosiddetti percorsi brevi, visto che anche la mobilità oggi è un fattore di rischio. Essere costretti a disciplinare la fruizione turistica, oggi può essere l’occasione per sperimentare un’altra idea di turismo.