La Nuova Sardegna

La stretta sugli sbarchi

Raymond: "Il Governo vuole costringerci a rubare per sopravvivere"

di Silvia Sanna
Nel riquadro il mediatore Raymond Ikhenoba
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Nel riquadro il mediatore Raymond Ikhenoba

La storia del mediatore nigeriano di 28 anni in Sardegna dal 2016: “Senza tutele i migranti costretti a delinquere”

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Sassari «Io questo governo italiano non lo capisco, vuole togliere alle persone l’ultima possibilità che hanno per non andare a rubare...» Inizia così Raymond, 28 anni, nigeriano, in Sardegna dal 2016. È agitato perché sa che la stretta annunciata sul tema migranti rischia di avere un effetto opposto rispetto a quello immaginato dal governo di centrodestra. Al centro della discussione politica c’è la volontà di cancellare la protezione speciale, cioé la tutela concessa ai richiedenti asilo che non possono ottenere lo status di rifugiato oppure la protezione sussidiaria.

«Chi gode della protezione speciale può stare in un centro di accoglienza e se ha problemi di salute ha diritto all’assistenza sanitaria. Senza quella non hai niente, vivi per strada, senza documenti, senza identità. Che senso ha? Tanto la gente continuerà ad arrivare in Italia, perché è meglio vivere da clandestini che morire». Chi è Raymond Ikhenoba, originario di Edo, Nigeria meridionale, è arrivato dalla Libia su un barcone. Per giorni a mollo nel mar Mediterraneo, «sino a quando ci ha soccorso una nave e ci ha portati in Sardegna».

Era il 2016, anno in cui gli sbarchi nell’isola avevano frequenza quasi quotidiana e i centri d’accoglienza si moltiplicavano. «Io sono stato portato in uno dei centri nel Sassarese – racconta Raymond – e sono rimasto lì per due anni, mi è stata concessa la protezione umanitaria perché ero in fuga dalla guerra». Quel tipo di tutela che nel 2018 è stata convertita dai decreti sicurezza dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini in “protezione speciale” da concedersi solo in presenza di determinate condizioni, e il cui ventaglio è stato ampliato nel 2020 dall’ex ministro Luciana Lamorgese.

Nei primi due anni in Sardegna Raymond avrebbe voluto continuare a studiare ma non ha potuto frequentare una scuola perché non aveva il permesso di soggiorno. «Ho lavorato come volontario in alcune case di riposo e seguito i corsi di italiano al centro di accoglienza, avevo da mangiare e un tetto sulla testa. Ero comunque tutelato». Poi il permesso di soggiorno è arrivato e Raymond era libero di studiare e lavorare con un contratto regolare: «In quel momento è iniziato il mio vero percorso di integrazione, avere un documento in mano è stato fondamentale».

Oggi fa il mediatore culturale e collabora con la Caritas: Raymond, a un passo dalla laurea in Servizi sociali, è diventato un punto di riferimento per chi arriva da lontano, non parla la nostra lingua e si porta dietro un bagaglio carico di sofferenze e brutti ricordi. Tra le persone che Raymond aiuta ce ne sono tante che godono della protezione speciale perché affette da gravi problemi psico-fisici: «Senza alcuna tutela queste persone verrebbero abbandonate, non potrebbero più curarsi. È questo quello che vuole il governo italiano?» No alla stretta Lo scenario immaginato da Raymond è totalmente diverso da quello ipotizzato da chi chiede la stretta, con la cancellazione della protezione speciale. «Se l’obiettivo è ridurre gli sbarchi, il governo sta scegliendo la strada sbagliata. Le persone continueranno ad arrivare in Italia dall’Africa, come ho fatto io, spinte dalla speranza di una vita migliore. Anzi di una vita, che non possono avere né nei loro Paesi né in Libia. Da lì si scappa, ma non si torna indietro. Si va avanti, e avanti c’è solo il mare e poi l’Italia».

Anche lui ha seguito lo stesso percorso sette anni fa. «Dalla Nigeria sono andato in Libia e lì sono rimasto per un po’ perché avevo trovato lavoro in un autolavaggio. Ma sono dovuto fuggire perché si viveva nel terrore: ho perso tre amici, li hanno portati via e uccisi, senza un perché. Poteva succedere la stessa cosa anche a me, in qualunque momento. Per questo ho deciso di salire sul barcone, volevo regalarmi una speranza. Così fanno tutti, di fronte alla prospettiva di morire cercano di salvarsi».

Pagando gente senza scrupoli per conquistare un posto in un barcone zeppo di disperati, senza alcuna certezza di arrivare a destinazione. «Tanti muoiono in mezzo al mare – dice Raymond – ma tanti altri sopravvivono. Tutti sono disposti a rischiare, perché non possono scegliere: si tratta di vivere o morire. Questo il governo italiano dovrebbe capirlo: la gente continuerà a scappare dalla Libia, le restrizioni sui permessi e sulle protezioni non serviranno a niente di fronte all’istinto di sopravvivenza più forte di tutto. E se chi arriverà qui non riceverà alcun tipo di accoglienza – anche minima – dovrà arrangiarsi. Se non avrà un tetto sulla testa dormirà per strada, se non potrà avere un lavoro cercherà qualcosa in nero, se non avrà da mangiare andrà a rubare. Sarà un clandestino e probabilmente diventerà un delinquente. Ma non tornerà indietro, nel suo Paese, perché nulla può essere peggio della morte».

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