Un carcere modello dove la rieducazione si fa con lo studio
Sono 12 i detenuti iscritti all’Università, 38 all’Alberghiero Ridisegnate le regole: celle aperte e controlli a distanza
ALGHERO. Nel carcere modello si entra per scelta e si esce con in mano un titolo di studio o dopo aver imparato un mestiere. Nel carcere del futuro si fa domanda, si viene selezionati in base a dei criteri prefissati e si scopre la libertà. Di sbagliare, anche. Ma soprattutto si gusta il sapore inconfondibile della libertà di imparare, di cambiare, di essere altro rispetto agli errori del passato, e si lavora per meritare una seconda possibilità. Il carcere del futuro esiste già. È il carcere di Alghero, in via Vittorio Emanuele, dove da quasi tre anni è in atto una rivoluzione che fa dell’istituto “Giuseppe Tomasiello” un modello sperimentale a livello nazionale. Un dato sopra tutti aiuta a spiegare il clima che si respira tra le mura della casa di reclusione algherese: quest’anno altri sette detenuti si sono iscritti all’Università. Un piccolo boom, un record che conferma al di là di ogni aspettativa la bontà del lavoro fatto in questi anni, che hanno permesso di festeggiare già qualche laurea e in alcuni casi l’inizio di una nuova attività lavorativa per cui sono richieste competenze specialistiche. Il carcere si trova in pieno centro, in una delle vie d’ingresso della città, a pochi passi dal quartiere storico e a distanza ravvicinatissima dalle ramblas del lungomare di San Giovanni. Non è un caso. «Il nostro esperimento arriva sino a quel muro, là fuori c’è bisogno di qualcuno pronto ad aiutarci», è l’illuminante immagine offerta da Elisa Milanesi, direttore del carcere e motore della riorganizzazione cui guardano con grandissimo interesse da tutta Italia. «Possiamo essere bravi quanto vogliamo e possiamo sperimentare tutto quello che ci viene in mente, ma se il nostro lavoro non si finalizza attraverso una reale integrazione con l’esterno, niente ha senso – spiega il direttore – lavoriamo affinché la comunità si renda conto che il carcere può essere una risorsa, sotto ogni punto di vista». È stata una rivoluzione prima culturale e poi materiale, il personale del penitenziario si è adattato con grande soddisfazione. «È un modo di operare completamente diverso e ha richiesto una completa riorganizzazione individuale e collettiva, ma è stato sicuramente un lavoro gratificante», racconta il commissario capo Antonello Brancati, comandante del reparto di polizia penitenziaria di Alghero. La riclassificazione come casa di reclusione ha aperto le porte del “Tomasiello” a detenuti con condanne lunghe e definitive. Questo ha consentito di ripensare quello spazio come il luogo ideale per un investimento di lungo periodo su persone realmente motivate al cambiamento. Il modello sperimentale, condiviso con le autorità regionali e nazionali, «ha anticipato le indicazioni della sentenza Torreggiani e ha restituito centralità al tema della rieducazione, fino a farne una vocazione assoluta in base alla quale sono state ridisegnate le regole», spiega Elisa Milanesi. I detenuti frequentano la cella come a casa loro frequenterebbero la camera da letto, si spostano all’interno del carcere in piena autonomia, il controllo a distanza permette di verificarne l’effettiva motivazione al rispetto delle regole e la capacità di interagire con gli altri. La giornata è piena di attività e di stimoli. Ed è proprio in questo contesto che ha trovato terreno fertile la collaborazione con l’istituto alberghiero di Alghero, che oggi vanta all’interno del carcere 38 iscritti su 80 detenuti ospitati: un’enormità, cui si aggiungono 12 studenti universitari, molti dei quali sono stati avviati alla passione per le scienze agrarie da Antonio Farris, già docente della Facoltà di Agraria dell’Università di Sassari e oggi presidente del Parco di Porto Conte, che in carcere presta la sua opera come volontario. Un’idea di carcere completamente nuova, grazie alla quale la libertà fa meno paura.
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