Calunnia, Alessandro Calvia assolto in corte d’appello
ALGHERO. In primo grado era stato condannato a due anni di reclusione e a un euro (simbolico) di risarcimento alle parti civili per quella calunnia stampata su un pezzo di carta inviato ai magistrati...
ALGHERO. In primo grado era stato condannato a due anni di reclusione e a un euro (simbolico) di risarcimento alle parti civili per quella calunnia stampata su un pezzo di carta inviato ai magistrati della Procura generale di Cagliari: «A uccidere Orsola Serra – aveva scritto Alessandro Calvia nel 2012 in una missiva – sono stati i carabinieri, insieme al padre» della vittima. E così da accusato, l’imputato 45enne – condannato a ottobre del 2014 dalla corte d’assise d’appello di Sassari a 24 anni di reclusione per l’omicidio dell’insegnante algherese Orsola Serra – si era trasformato in accusatore. Ieri i giudici della corte d’appello (Brianda, Zaniboni, Capitta) lo hanno assolto con formula ampia.
Dalla cella del carcere di San Sebastiano, Calvia nel 2012 aveva dato libero sfogo a gravi illazioni: «Mia madre, mia sorella e la mia fidanzata sono seguite da tre auto dei carabinieri. Gli stessi – era stato il j’accuse di nessuna consistenza probatoria – che insieme al padre (della vittima ndc) hanno portato a termine l’omicidio». Il tutto accadeva mentre in Assise si celebrava il processo per stabilire chi avesse strangolato l’insegnante il 23 ottobre 2011. Scontata e immediata la querela del padre di Orsola.
Ieri l’imputato, assistito dal suo avvocato Danilo Mattana – ha detto ai giudici che quando scrisse quella lettera non era in sè perché sotto effetto di farmaci. Ma è stata la tesi difensiva a spingere i giudici verso l’assoluzione. L’avvocato Mattana ha infatti richiamato una sentenza della Cassazione. In sintesi, la missiva in questione non determinò alcuna conseguenza dal punto di vista investigativo. Il pm Paolo Piras che la ricevette – lo stesso che sosteneva l’accusa nel processo per omicidio e che quindi ben conosceva il caso e l’imputato – considerò quelle parole come un mero delirio. E infatti nessuna indagine fu avviata sulle persone accusate da Calvia. Il reato di calunnia non poteva sussistere – ha spiegato il legale – la lettera finì subito nelle mani della Procura che le diede il peso che meritava: un delirio, appunto.
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