Cattura dell’aragosta: «Vogliamo nuove regole»
I pescatori chiedono che il permesso sia prolungato almeno fino a dicembre Sono loro a proteggere la specie ma «a vantaggio delle altre marinerie»
ALGHERO. Mentre il ruolo di regina dei menù dell’estate non è messo in discussione, per l’aragosta risulta più complesso e controverso il problema della pesca. Soprattutto per i pescatori.
La normativa regionale prevede che si possono mettere al lavoro nasse e tramaglioni dal primo marzo fino al 30 di agosto. Il resto dell’anno è considerato periodo di fermo biologico a protezione della specie. Da anni ormai i pescatori, soprattutto quelli della piccola pesca, sostengono che si tratta di uno spazio temporale punitivo soprattutto per la categoria.
«Dal primo marzo, a causa delle condizioni meteo, non siamo potuti uscire in mare per oltre due mesi - sostiene il presidente della associazione pescatori Giovanni Delrio - e questo spazio temporale di mancato lavoro, e quindi guadagno, non potremo recuperarlo in quanto tale ipotesi non è prevista nella normativa vigente».
Anche la chiusura della pesca al 30 agosto viene giudicata dalla marineria un provvedimento che va perfino contro il mercato e la commercializzazione. Nel mese di settembre infatti la domanda del gustoso crostaceo è ancora alta per via del turismo in piena evoluzione. Bloccando la pesca delle aragoste dei mari sardi di fatto si favoriscono altre marinerie e centri di commercializzazione che operano dove la pesca è consentita.
«Noi chiediamo da tempo - aggiunge Giovanni Delrio - l’armonizzazione del periodo di pesca nei mari della Sardegna a quello nazionale che va da 1° maggio fino a tutto dicembre. Riteniamo che questo arco di tempo sarebbe per noi utile in quanto potremo soddisfare la domanda che per la nostra aragosta è sempre molto forte per la qualità e il gusto decisamente particolare, unico».
Tra l’altro i pescatori sono anche alle prese con una regola piuttosto severa: quella di rigettare in mare i crostacei pescati di misura inferiore ai 9 centimetri al carapace, dal peso medio di circa mezzo chilogrammo. Di fatto sono proprio loro quelli che proteggono la specie. Da tempo si sostiene, anche per evitare tentazioni che spesso portano alla apertura di procedimenti penali, l’utilità di individuare un punto di raccolta, magari attraverso le Capitaneria di Porto, dove conferire le aragoste sotto misura in cambio del legittimo, e concordato, riconoscimento economico. Giusto per salvare “ la giornata”, i costi vivi del carburante e in qualche caso anche quelli del personale imbarcato e relative contribuzioni sociali. Sull’esigenza di salvaguardare la specie i pescatori di aragoste sono completamente d’accordo, in fondo stanno garantendo il futuro delle tante piccole attività di pesca, si chiedono piuttosto perché questa salvaguardia la debbano fare a loro spese.
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