Troppo poveri per avere una casa
Dall’euforia del Giro all’emarginazione, con le persone costrette a vivere in tenda o in una grotta
ALGHERO. La storia è di quelle da prendere con le pinze. Di quelle in cui nessuno ha ragione e hanno perso tutti. Di quelle in cui ci sono di mezzo i bambini, e gli adulti prenderanno nomi che non sono loro. Forme minime di tutela verso persone nate ai margini, escluse. Che oggi, mentre Alghero è attraversata dalla strana euforia, dalla sbornia collettiva da esposizione mediatica, si sentono ancora più soli, emarginati, sporchi, infreddoliti. E arrabbiati. Non perdono la loro compostezza, ma la loro voce è sempre a un passo dai singhiozzi e dalle lacrime, e la loro disperazione li spinge verso un’esasperazione fuori controllo. È in questo contesto che il razzismo rischia di trovare terreno fertile, è nel desiderio di qualcuno che faccia qualcosa che le politiche di accoglienza diventano una ferita difficile da rimarginare. Antonio, 42 anni, lo ripete continuamente. «I neri li mettono al Vel Marì e agli zingari gli hanno dato le case», dice. Vive con Anna, sua moglie, che ha la metà esatta dei suoi anni. I loro vicini sono le zecche e i cinghiali che infestano le rive del Calich, tra erbacce e fango. Hanno sistemato lì la loro tenda. La stessa che qualche hanno fa avevano piantato al Solaio, sotto i bastioni. Del loro caso si erano fatti carico i servizi sociali. Ora sono di nuovo alla deriva. Nel frattempo hanno avuto un figlio, ma per il momento gliel’hanno tolto. Quelle condizioni igieniche sono estreme per un piccolo di due anni. Questo lo sanno anche loro. Infatti vorrebbero una casa, soprattutto per poterlo riavere. «Vivevamo in un appartamento, l’affitto lo pagava il Comune, poi il padrone di casa ha detto che nessuno stava più pagando e ci ha sbattuto fuori di casa», racconta lui. Tre mesi all’addiaccio, ad assumere sembianze sempre più subumane. «In queste condizioni non c’è dignità, non è giusto, così è impossibile anche andare a cercarsi un lavoro – dice – della nostra situazione lo sanno tutti, tutti la conoscono, ma ci hanno detto di aspettare». Solo che lui non ha più pazienza. «Ho un’altra figlia di cinque anni, me l’hanno tolta tre anni fa, in queste condizioni quando mai la potrò riavere? – chiede – e allora perché dovrei aspettare? Per perdere definitivamente anche questo bambino?». I suoi torti e i suoi errori, Antonio li conosce benissimo e non li nasconde. «Ma così è troppo, così non posso vedere miei figli e non posso cercarmi un lavoro, il Comune deve fare qualcosa». Al distributore automatico di bevande di piazza dei Mercati, a due passi dalla parte più nobile ed elegante della città, arrivano altri “esclusi”. Fanno colazione insieme, chiacchierano. Sono habitué della mensa della Caritas. Tra loro c’è anche Gabriele, 43 anni. Vive in una grotta umida, all’aperto, poco fuori dalla città. Gabriele è pulito. «Almeno lì c’è l’acqua, senza non posso stare – racconta – però è una vita da animali». Ha lo sguardo sereno, di chi non si rimprovera proprio niente. «Quando vado a chiedere aiuto, mi dicono che questa è una mia scelta di vita, e che anche Gesù è nato in una grotta». Solo che Gabriele non crede più nei miracoli. «Vediamo se qualcuno si ricorda di noi, con questo articolo – conclude – ma secondo me se ne fregano tutti. Tutti».
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