Rogo di Alghero, Nicolino chiede una casa
di Gian Mario Sias
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Nicolino Doro, 90 anniIl più anziano degli sfollati di via Vittorio Emanuele, 90 anni, si rivolge alle istituzioni: «Diteci cosa dobbiamo fare»
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ALGHERO. «È stato davvero bello, la gente si è prestata con amore, ma adesso fateci vivere i nostri giorni in condizioni dignitose».
Nicolino Doro ha compiuto 90 anni un mese fa. È il più grande degli evacuati del palazzo tra via Vittorio Emanuele, via Iosto, via Mazzini e via Botticelli. Il suo appartamento al primo piano è uno dei più danneggiati dal rogo che il 19 luglio ha divorato la costruzione. Il deposito e il punto vendita di “Risparmio Casa”, tra il primo sottopiano e il pian terreno, sono andati distrutti. E anche gli ottanta appartamenti, 49 dei quali abitati da 140 persone, sono stati evacuati in tutta fretta. Tra gli sfollati ci sono anche Nicolino Doro e sua moglie Olga Cubeddu. «Io ero già a letto, il mio secondo figlio, Mauro, che viveva con noi in quella casa, mi ha fatto alzare – racconta signor Nicolino – giusto il tempo di mettere pantaloni, ciabatte e canottiera, solo una volta in strada ho capito cosa succedeva». Quella casa l’ha comprata sette anni fa. «Volevamo avvicinarci al centro abitato, prima stavamo al Carmine in una casetta realizzata da una cooperativa, la comprammo col mutuo regionale», ricorda. Poi la scelta di via Vittorio Emanuele. «Abbiamo speso 210mila euro, più 25mila euro per il garage – spiega – perciò ora che non è utilizzabile vorremmo solo che ci consentissero di andare in un’altra casa».
Dell’accoglienza al convitto di via Tarragona non ha proprio niente da lamentarsi, anzi. È stato proprio lui – tramite il figlio più grande, Costantino – a chiedere di parlare col giornale per ringraziare il cuore grande di Alghero. Nicolino Doro si presenta con tre fogli di stampante pieni dei nomi di enti, istituzioni, aziende, persone da ringraziare. Un elenco che non finisce più. «Anche se i nostri amministratori dopo la passerella dei primi giorni ci stanno un po’ trascurando», è l’unica tiratina d’orecchie che si concede insieme a sua figlia più piccola, Lucia, che da vent’anni vive a Reggio Emilia ma che vorrebbe lasciare Alghero sapendo che i suoi genitori sono tranquilli. Suo padre sta mostrando un carattere più forte della sfortuna. Una tempra d’acciaio, una mescola speciale che neanche il fuoco di dieci giorni fa ha rammollito. Sassarese, carabiniere in pensione, vuole dire grazie a tutte le forze che sono intervenute sul momento, alle istituzioni arrivate subito dopo, agli scout, ai volontari, ai sacerdoti del Rosario, della diocesi e anche a quelli di Porto Torres. E poi i commercianti della zona, i supermercati, i panettieri, le pizzerie, i bar, i ristoranti e così via. «La gente si è presa cura di noi», racconta l’arzillo vecchietto mentre la figlia segue con lo sguardo attento il suo ragionamento. «Sono il sesto di otto figli, mio padre era piccapietre, sono partito giovanissimo a fare il militare e dopo Iglesias, Orosei, Cagliari, Oristano e Sassari, nel 1959 sono finito qui, un mese dopo il matrimonio».
Al comando di Alghero lo conoscevano come “mitraglia”. Lui dice che è perché era lo scrivano, e i colpi sulla macchina da scrivere evocavano il suono di quell’arma. Ma non è escluso che quel nomignolo c’entri qualcosa con la sua parlata fluente e le sue digressioni su politica, società, tasse. Ne ha viste di tutti i colori. Ma ora ha un solo desiderio: «Fateci vivere i nostri ultimi giorni in maniera decente, dentro una casa».
Nicolino Doro ha compiuto 90 anni un mese fa. È il più grande degli evacuati del palazzo tra via Vittorio Emanuele, via Iosto, via Mazzini e via Botticelli. Il suo appartamento al primo piano è uno dei più danneggiati dal rogo che il 19 luglio ha divorato la costruzione. Il deposito e il punto vendita di “Risparmio Casa”, tra il primo sottopiano e il pian terreno, sono andati distrutti. E anche gli ottanta appartamenti, 49 dei quali abitati da 140 persone, sono stati evacuati in tutta fretta. Tra gli sfollati ci sono anche Nicolino Doro e sua moglie Olga Cubeddu. «Io ero già a letto, il mio secondo figlio, Mauro, che viveva con noi in quella casa, mi ha fatto alzare – racconta signor Nicolino – giusto il tempo di mettere pantaloni, ciabatte e canottiera, solo una volta in strada ho capito cosa succedeva». Quella casa l’ha comprata sette anni fa. «Volevamo avvicinarci al centro abitato, prima stavamo al Carmine in una casetta realizzata da una cooperativa, la comprammo col mutuo regionale», ricorda. Poi la scelta di via Vittorio Emanuele. «Abbiamo speso 210mila euro, più 25mila euro per il garage – spiega – perciò ora che non è utilizzabile vorremmo solo che ci consentissero di andare in un’altra casa».
Dell’accoglienza al convitto di via Tarragona non ha proprio niente da lamentarsi, anzi. È stato proprio lui – tramite il figlio più grande, Costantino – a chiedere di parlare col giornale per ringraziare il cuore grande di Alghero. Nicolino Doro si presenta con tre fogli di stampante pieni dei nomi di enti, istituzioni, aziende, persone da ringraziare. Un elenco che non finisce più. «Anche se i nostri amministratori dopo la passerella dei primi giorni ci stanno un po’ trascurando», è l’unica tiratina d’orecchie che si concede insieme a sua figlia più piccola, Lucia, che da vent’anni vive a Reggio Emilia ma che vorrebbe lasciare Alghero sapendo che i suoi genitori sono tranquilli. Suo padre sta mostrando un carattere più forte della sfortuna. Una tempra d’acciaio, una mescola speciale che neanche il fuoco di dieci giorni fa ha rammollito. Sassarese, carabiniere in pensione, vuole dire grazie a tutte le forze che sono intervenute sul momento, alle istituzioni arrivate subito dopo, agli scout, ai volontari, ai sacerdoti del Rosario, della diocesi e anche a quelli di Porto Torres. E poi i commercianti della zona, i supermercati, i panettieri, le pizzerie, i bar, i ristoranti e così via. «La gente si è presa cura di noi», racconta l’arzillo vecchietto mentre la figlia segue con lo sguardo attento il suo ragionamento. «Sono il sesto di otto figli, mio padre era piccapietre, sono partito giovanissimo a fare il militare e dopo Iglesias, Orosei, Cagliari, Oristano e Sassari, nel 1959 sono finito qui, un mese dopo il matrimonio».
Al comando di Alghero lo conoscevano come “mitraglia”. Lui dice che è perché era lo scrivano, e i colpi sulla macchina da scrivere evocavano il suono di quell’arma. Ma non è escluso che quel nomignolo c’entri qualcosa con la sua parlata fluente e le sue digressioni su politica, società, tasse. Ne ha viste di tutti i colori. Ma ora ha un solo desiderio: «Fateci vivere i nostri ultimi giorni in maniera decente, dentro una casa».
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