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Alghero, Maristella la pasionaria comincia la “guerra del pane”

Gian Mario Sias
Alghero, Maristella la pasionaria comincia la “guerra del pane”

Contestata l’etichetta: il grano non è coltivato nel Parco naturale di Porto Conte. La presidente del comitato di borgata Desogus scrive ai vertici di Casa Gioiosa 

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ALGHERO. L’ultimo “casus belli” è l’etichetta della farina griffata col marchio di qualità ambientale del Parco naturale regionale di Porto Conte. In realtà, dietro si nasconde – male – una guerra fatta di piccoli e quotidiani messaggi di ostilità. Quelli che la presidente del comitato di borgata di Maristella, Tonina Desogos, con o senza i suoi alleati di Sa Segada e Tanca Farra e di Guardia Grande e Corea, rivolge con cadenza regolare in direzione di Casa Gioiosa. E quelli che la “pasionaria” delle campagne di Capo Caccia percepisce come tali da parte degli amministratori del Parco, come per esempio il ticket d’ingresso per Punta Giglio.

È in questo contesto di cortese discordia, da separati in casa, che da qualche giorno si è scatenata la “guerra del pane”. Ad andare all’attacco, manco a dirlo, è Tonina Desogos. «Persino una buona idea, come quella della produzione di grano da trasformare in farina e pane algherese, può essere vanificata, almeno in parte, nella imprecisione dei messaggi che il Parco trasmette al pubblico», è l’incipit dell’ultima missiva recapitata al quartier generale del Parco.

«Quella farina è frutto prezioso del grano prodotto non nel territorio del Parco, ma nell’area contigua», è la precisazione rispetto «all’etichetta che sta circolando». Secondo Desogos, «pare una banalità, ma così non è, e occorre essere chiari», dice la presidente del comitato dei residenti di Maristella, che non ha alcuna intenzione di farsi annettere neanche per sbaglio, neanche nell’immaginario di chi magari legge quell’etichetta sbagliata e si fa un’idea per un’altra. «La legge che lo istituisce dice che nella delimitazione del territorio del Parco non sono comprese le borgate e le aree appoderate o comunque utilizzate per usi agricoli», spiega Desogos. «Dato che negli ultimi tempi paiono di moda i referendum – ironizza – vogliamo provare a farlo tra gli abitanti delle borgate, zone appoderate o comunque utilizzate per usi agricoli per capire chi sia interessato o meno all’ingresso nel Parco?». Per lei la domanda è retorica e chiede che si rifacciano le etichette, perché non crede che si tratti di una svista. «Si metta per sempre la parola fine alle ambizioni espansionistiche di un Parco – dice – per il quale abbiamo già nel cassetto centinaia di firme contrarie». Se proprio qualcuno vorrà sentire il parere dei portatori di interesse, «si riusciranno a evitare anche i parcheggi a pagamento alle Bombarde, l’ingresso a pagamento per Capo Caccia e altri balzelli che paiono previsti non per la riqualificazione delle comunità rurali delle borgate, ma per sostenere una struttura Parco che potrebbe essere sostituita da una cabina di regia comunale senza tanti fronzoli».

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