La Nuova Sardegna

Alghero

Surigheddu, allevatori alla sbarra

di Gian Mario Sias

Nonostante l’accordo con la Regione va avanti il processo penale per occupazione aggravata

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ALGHERO. Il 18 giugno 2020, quando si presenteranno davanti al giudice monocratico del tribunale di Sassari per rispondere di occupazione aggravata, saranno trascorsi due anni e mezzo dall’ultima volta che si sono sentiti dare degli “abusivi”. Due anni, quattro mesi e trenta giorni, a voler essere pignoli: era il 17 gennaio 2018 e la loro odissea sembrava finita grazie alla sigla con la Regione di un formale contratto d’affitto ventennale che metteva fine alle controversie e portava le parti a sotterrare l’ascia di guerra dopo quarant’anni di contenziosi. Non la pensa così la giustizia penale, evidentemente, per la quale gli allevatori di Surigheddu e Mamuntanas continuano a dover rendere conto di un reato che pensavano estinto in seguito alla remissione della querela da parte della Regione, alla quale peraltro avevano risposto rinunciando all’usucapione. In realtà il processo si sarebbe dovuto celebrare già ieri, in ossequio a quando disposto dal decreto di citazione in giudizio firmato dal sostituto procuratore Maria Paola Asara e indirizzato a quattordici persone: sono i titolari e i gestori delle aziende zootecniche che operano nei terreni del compendio regionale da molto tempo prima che quell’area, considerata ad altissimo potenziale per lo sviluppo di Alghero e del territorio, finissero nel patrimonio indisponibile della Regione. Le due aziende ci erano finite in seguito all’acquisizione da parte dell’Ersat, che risale al 1986. È l’ennesima stranezza di una vicenda giudiziaria che andrà avanti, dunque, sebbene anche la Cassazione – con una sentenza del 15 marzo 2018 che annullava tutti i provvedimenti cautelari, inclusi i sequestri dei terreni – abbia affermato che «non può ritenersi integrato il fumus delicti che legittima l’apprensione dei beni», per citare la sentenza stessa. Per decenni sono stati considerati occupanti abusivi. I loro apprezzamenti sono stati sequestrati e dissequestrati tantissime volte. Per anni sono stati utilizzati come pretesto per non chiudere una partita che potrebbe portare ricchezza e occupazione al territorio. Ma dal 17 gennaio 2018 credevano di essere dei semplici affittuari e pensavano di poter stare lì per vent'anni con tutti i titoli del caso. Negli uffici di Sassari del Demanio regionale avevano sottoscritto il contratto che, grazie anche al superlavoro dei loro avvocati Danilo Mattana e Alberto Sechi e della struttura regionale coordinata dall’allora dirigente Giovanni Carta, metteva fine al contenzioso.

All’happy end aveva contribuito un mese prima la delibera approvata dall’allora giunta regionale, quella presieduta da Francesco Pigliaru, per chiudere definitivamente una partita durata quarant’anni tra sequestri, dissequestri, ricorsi e opposizioni. Trenta ettari a ciascuno, tutti in aree periferiche, in modo che la Regione potesse mantenere per sé, in vista della vendita, un terreno omogeneo di un migliaio di ettari.

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