Gli sfollati chiedono aiuto «Dimenticati da tre anni»
di Luca Fiori
Le famiglie rimaste senza casa dopo l’incendio hanno incontrato le istituzioni L’appello dalla chiesa della Mercede: «Fate in modo che quest’incubo finisca»
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INVIATO AD ALGHERO. Gabriella era al quinto mese di gravidanza quella notte di luglio di tre anni fa, mentre Elisa era appena tornata da un periodo di studio in Portogallo e aveva preso possesso del suo nuovo appartamento da pochi giorni. Sabrina Calvia e suo marito invece, avevano investito i risparmi di una vita e l’eredità avuta dai genitori per realizzare il sogno di acquistare una casa tutta loro e andare a vivere ad Alghero con le due figlie. Per Alessandro e Nicoletta, che vivono a Milano, quella di via Vittorio Emanuele tre anni fa era la nuova e tanto desiderata casa delle vacanze, ma il loro sogno era – e resta – quello di invecchiare e trascorrere gran parte della vita lì a due passi dal mare, dove sono ancora visibili dietro le transenne i segni del passaggio del fuoco.
C’è una storia diversa di dolore e sacrificio dietro ognuna delle cinquantuno famiglie che la notte del 18 luglio del 2017 furono costrette a fuggire dal gigantesco rogo che ha distrutto 81 appartamenti e lasciato per strada più di 145 persone. Molto probabilmente a causa di una sigaretta, quella notte di quasi tre anni fa le fiamme dal magazzino del negozio “Risparmio casa”, che si trovava al piano interrato, si propagarono al piano commerciale coinvolgendo tutto lo stabile, devastandolo e rendendolo inagibile nonostante 18 ore di intervento da parte dei vigili del fuoco.
Ieri sera il comitato degli sfollati di via Vittorio Emanuele ha incontrato i rappresentanti delle istituzioni nel salone parrocchiale della chiesa della Mercede per chiedere che la loro storia non venga dimenticata.
«Ero in cinta di cinque mesi – racconta Gabriella Salaris – e il mio compagno mi svegliò nel cuore della notte. Ricordo ancora di aver sceso precipitosamente le scale con la paura. Da quel momento la nostra vita è stata stravolta e nostro figlio sta crescendo in una casa che non è la nostra».
A lei e a tutti gli altri sfollati che hanno passato quasi 36 mesi pagando affitti in alloggi di fortuna, sborsato rate di mutui senza sapere se la porta del proprio appartamento si riaprirà mai, il sindaco Mario Conoci, il presidente del consiglio regionale Michele Pais e il presidente straordinario della provincia Pietrino Fois hanno promesso che si faranno portavoce della loro disperazione. «A loro chiediamo principalmente – spiega il rappresentante del comitato Marco Marchesi – di chiedere al Banco di Sardegna avendo l’ipoteca sugli immobili di proprietà della “Sofingi Costruzioni” per quote condominiali pari al 65 percento, di anticipare le spese di messa in sicurezza e ripristino dello stabile, salvo rifarsi sui responsabili dell’incendio e sulle loro assicurazioni».
Dopo un minuto di silenzio per ricordare Nicolino Doro e Francesco Piras, scomparsi senza aver avuto giustizia, ieri sera gli sfollati di via Vittorio Emanuele hanno illustrato una serie di proposte e qualcuno ha raccontato la sua storia drammatica. «Quell’appartamento rappresentava il mio futuro – spiega Elisa Doppiu – acquistato da mia madre con tanti sacrifici e con un mutuo che non è mai stato sospeso. Ho trascorso la quarantena in casa, mi sono laureata da casa in questo terribile periodo – aggiunge – non potendo nemmeno farlo nella mia abitazione e non so ancora quando potrò cominciare davvero a viverci». All’incontro di ieri sera ha partecipato anche don Gian Piero Piras che ha portato i saluti del vescovo monsignor Mauro Maria Morfino. Chi non ha potuto essere presente ha mandato un rappresentante della famiglia e qualcuno come lo scrittore sassarese Filippo Kalomenìdis che aveva acquistato un degli appartamenti bruciati insieme alla mamma e al fratello, ha mandato un video messaggio da Bologna dove vive. «Se nessuno ci ascolterà – si conclude il suo video – siamo pronti alla disobbedienza civile». Il comitato si è già dato appuntamento tra quindi giorni per riprendere il dialogo con le istituzioni. «Siamo stati dimenticati per tre anni – hanno detto ieri sera gli sfollati – ora fateci uscire da questo incubo».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
C’è una storia diversa di dolore e sacrificio dietro ognuna delle cinquantuno famiglie che la notte del 18 luglio del 2017 furono costrette a fuggire dal gigantesco rogo che ha distrutto 81 appartamenti e lasciato per strada più di 145 persone. Molto probabilmente a causa di una sigaretta, quella notte di quasi tre anni fa le fiamme dal magazzino del negozio “Risparmio casa”, che si trovava al piano interrato, si propagarono al piano commerciale coinvolgendo tutto lo stabile, devastandolo e rendendolo inagibile nonostante 18 ore di intervento da parte dei vigili del fuoco.
Ieri sera il comitato degli sfollati di via Vittorio Emanuele ha incontrato i rappresentanti delle istituzioni nel salone parrocchiale della chiesa della Mercede per chiedere che la loro storia non venga dimenticata.
«Ero in cinta di cinque mesi – racconta Gabriella Salaris – e il mio compagno mi svegliò nel cuore della notte. Ricordo ancora di aver sceso precipitosamente le scale con la paura. Da quel momento la nostra vita è stata stravolta e nostro figlio sta crescendo in una casa che non è la nostra».
A lei e a tutti gli altri sfollati che hanno passato quasi 36 mesi pagando affitti in alloggi di fortuna, sborsato rate di mutui senza sapere se la porta del proprio appartamento si riaprirà mai, il sindaco Mario Conoci, il presidente del consiglio regionale Michele Pais e il presidente straordinario della provincia Pietrino Fois hanno promesso che si faranno portavoce della loro disperazione. «A loro chiediamo principalmente – spiega il rappresentante del comitato Marco Marchesi – di chiedere al Banco di Sardegna avendo l’ipoteca sugli immobili di proprietà della “Sofingi Costruzioni” per quote condominiali pari al 65 percento, di anticipare le spese di messa in sicurezza e ripristino dello stabile, salvo rifarsi sui responsabili dell’incendio e sulle loro assicurazioni».
Dopo un minuto di silenzio per ricordare Nicolino Doro e Francesco Piras, scomparsi senza aver avuto giustizia, ieri sera gli sfollati di via Vittorio Emanuele hanno illustrato una serie di proposte e qualcuno ha raccontato la sua storia drammatica. «Quell’appartamento rappresentava il mio futuro – spiega Elisa Doppiu – acquistato da mia madre con tanti sacrifici e con un mutuo che non è mai stato sospeso. Ho trascorso la quarantena in casa, mi sono laureata da casa in questo terribile periodo – aggiunge – non potendo nemmeno farlo nella mia abitazione e non so ancora quando potrò cominciare davvero a viverci». All’incontro di ieri sera ha partecipato anche don Gian Piero Piras che ha portato i saluti del vescovo monsignor Mauro Maria Morfino. Chi non ha potuto essere presente ha mandato un rappresentante della famiglia e qualcuno come lo scrittore sassarese Filippo Kalomenìdis che aveva acquistato un degli appartamenti bruciati insieme alla mamma e al fratello, ha mandato un video messaggio da Bologna dove vive. «Se nessuno ci ascolterà – si conclude il suo video – siamo pronti alla disobbedienza civile». Il comitato si è già dato appuntamento tra quindi giorni per riprendere il dialogo con le istituzioni. «Siamo stati dimenticati per tre anni – hanno detto ieri sera gli sfollati – ora fateci uscire da questo incubo».
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