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Alghero, l’allarme: «La Grotta di Nettuno rischia di passare ai privati»

di Nicola Nieddu
Alghero, l’allarme: «La Grotta di Nettuno rischia di passare ai privati»

A lanciarlo è Marco Tedde: «La concessione comunale scade il 31 dicembre»

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Alghero La Grotta di Nettuno, di proprietà del demanio regionale e gestita dalla Fondazione Alghero, dal prossimo anno potrebbe passare ai privati. A lanciare l’allarme è l’ex sindaco e attuale consigliere regionale Marco Tedde che parla di rischio di liberalizzazione dell’utilizzo della Grotta di Nettuno e di altre importanti grotte presenti in Sardegna, oggi poste sotto la ghigliottina della Direttiva Bolkestein che, di fatto, decreta la fine della gestione pubblica dopo il 31 dicembre prossimo».

Marco Tedde chiede che la giunta regionale affronti immediatamente il problema assieme al sindaco Mario Conoci e agli altri sindaci dei territori interessati: «Beni come la Grotta di Nettuno – dice l’ex primo cittadino algherese – debbono essere inquadrati nel perimetro di beni paesaggistici, culturali e di grande valenza ambientale e non di semplici servizi soggetti alle regole del mercato». Tedde evidenzia che secondo la Regione la concessione della Grotta di Nettuno a favore del Comune di Alghero, sulla base della normativa europea e alla luce delle recenti sentenze del Consiglio di Stato in adunanza plenaria, scadrà il 31 dicembre prossimo. E rischia di dover essere messa a gara. Così come le concessioni delle altre grotte sarde. «Crediamo che tutte le grotte sarde gestite dai Comuni debbano essere inquadrate alla stregua di beni culturali e di grande valenza ambientale e archeologica, tutelati dal Ppr come beni paesaggistici, e non di semplici servizi soggetti alle regole del mercato. Come la Grotta di Nettuno, ci sono anche altre grotte nell’isola: Grotta Verde di Alghero, Grotta del Bue Marino di Dorgali, Su Palu di Urzulei, Is Zuddas di Santadi, Su Marmuri di Ulassai, Grotta del Fico di Baunei e tante altre». Il consigliere regionale forzista sottolinea anche che «sono beni sottoposti a convenzioni internazionali il cui utilizzo non può discostarsi dalla normativa comunitaria di stretto riferimento. E quindi – conclude Tedde – non possono essere fatte oggetto di uno sfruttamento massivo improntato alla produzione di benefici economici che verosimilmente produrrebbe il loro depauperamento, danneggiamento e svilimento».
 

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