Nel Basso Campidano la pastorizia non rende più
Sestu, gli allevamenti di ovini si sono drasticamente ridotti in pochissimi anni «Una delle cause principali dell’abbandono è il prezzo pagato per il latte»
SESTU. Si svuotano i poderi del Basso Campidano con una vera e propria fuga degli ovili tra Sestu, Monastir e San Sperate. Così trovare un gregge che pascola nelle campagne diventa un'impresa sempre più difficile. Nella piana di San Gemiliano, a pochi chilometri dal santuario campestre, sembra essersi fermato il tempo. Lo stazzo all'imbocco della salita ripropone un mestiere quasi scomparso, con il grande recinto a raggruppare il gregge che si scorge dall'alto. Non è una favola. «Diciamo che siamo rimasti tra gli unici che resistono alla modernità ed alle difficoltà finanziarie – evidenziano Giuseppe e Valerio Baldussi, titolari dell'azienda zootecnica – In questo fazzoletto di terra abbiamo circa 1500 capi. Un patrimonio da non disperdere. Stiamo facendo salti mortali per evitare la scomparsa di questa piccola grande fattoria di pecore e non solo». Perché attorno alla pastorizia gravitano una serie di attività. Estasi di un miracolo da raccontare anche tra i campi di Is Serras, a metà strada tra Ussana e Monastir. «Il nostro gregge di ovini ammonta a oltre 300 capi. Si lavora senza sosta. Le feste? Quasi dimenticate – dicono Maria Ignazia Piras, proprietaria dell'azienda, con il marito Agostino Pitzeri – Il nostro sembra quasi un universo superato dalle evoluzioni e dalle tecnologie. Eppure, grazie all'allevamento e alla pastorizia, con le innovazioni attuali, la Sardegna potrebbe rinascere». Sono cambiati i ritmi di vita, ma l'economia contadina e pastorale da queste parti è un connubio ancora da portare avanti. «Forse – azzardano ancora i fratelli Baldussi – le aziende agropastorali di una certa capacità sono rimaste solo nei campi tra Sestu, Monastir e Assemini. Per il resto è un pianto senza controllo. Per non dimenticare che gli allevatori si sono ridotti drasticamente nel Basso Campidano. Ad esempio, nella pianura sino a Monastir si potevano contare oltre una decina di imprese del settore. Oggi siamo appena in sei». Il motivo? «Nessuno vuole fare più il guardiano del gregge. La figura del pastore è un lusso. Molte volte si ricorre ad extracomunitari. Poi c'è la vicinanza a Cagliari e l'urbanizzazione selvaggia, con i poderi per i pascoli frammentati o cancellati».
Il nodo più grande resta il prezzo del latte: «Davvero irrisorio – aggiunge Pitzeri – Un litro di prodotto è pagato appena 70 centesimi, mentre i costi per riuscire a plasmarlo vanno ben oltre. Una beffa per noi pastori. Si punta sulla diversificazione perché di solo allevamento non si vive – concludono Piras e Pitzeri – speriamo presto nel decollo di un'azienda agrituristica e dell'agnello con identificazione protetta. Infatti, ora è auspicabile che possa aver successo il formaggio anticolesterolo».
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