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Un sorso di tramonto? Le rosse magie del Sulcis
Esiste un vitigno utilizzato in purezza fin dai tempi dei cartaginesi e che ancora oggi riserva effetti sorprendenti. Viaggio tra le seduzioni di Santadi e dintorni dove, a dispetto dei tramonti struggenti sul mare, esistono aromi decisamente “intramontabili”
Gli amanti del vino sono di una curiosità inesauribile. Eccoli serviti: gli esperti del nostro Cnr, il Centro nazionale delle ricerche, insieme ai colleghi della Université de Bretagne Sud si sono messi ad analizzare le tracce del vino trovato nelle anfore dell’area archeologica di Pani e Loriga, l’antico insediamento fenicio-punico a sud della Sardegna. Dalla notte dei tempi quella terra produce uva da vino. Attenzione però: parliamo di un vino utilizzato già allora in purezza, buono da bere o da impiegare in pietanze che oggi sopravvivono, tramandate fino ai giorni nostri.
Tradotto significa che i vitigni autoctoni del Sulcis vantano oltre duemila anni di vita, grazie a un terreno sabbioso che imprigiona l’acqua pure in tempi di siccità e che difende i suoi frutti dai venti intrisi di salsedine. Un suolo che non ha mai conosciuto la filossera e che, dunque, produce un vino non innestato, tratto molto ricercato dagli appassionati, sinonimo di inconfondibile eleganza (un po’ come i gemelli al polsino) che non a caso fa guadagnare punti nelle valutazioni degli intenditori e del mercato.
E’ con questo prestigioso biglietto da visita che Santadi, con la sua ultrasessantenne Cantina, si è affermata nel complesso e qualificato panorama enologico internazionale. Una storia che conobbe una svolta decisiva nel 1984, la mitica annata del Terre Brune, battezzata dall’altrettanto celebre Giacomo Tachis, forse il numero uno degli enologi italiani, ammaliato da queste vigne e artefice del primo vino sardo maturato in barrique di rovere francese con uve di Carignano.
Da allora il Rosso Carignano, orgoglio di Antonello Pilloni, che decise di chiamare Tachis e che oggi presiede la Cantina di Santadi, è presente nelle migliori cantine del mondo. Leggete cosa scriveva lo stesso Tachis: “Per concentrazione di polifenoli, per dolcezza di tannini, per espressività minerale, pochi vini al mondo hanno la forza e l’eleganza del Carignano del Sulcis”.
Un’uva rossa che ama il mare, le sue brezze iodate, il riverbero del sole che aiuta la polimerizzazione degli acini e che incanta i palati se messa a dimora non oltre i 200 metri sul livello del mare. Come a godersi gli strepitosi tramonti che quei promontori consentono e che amplificano l’esperienza dell’assaggio.
Una realtà di tutto rispetto anche sotto il profilo imprenditoriale, quello della Cantina di Santadi, nel tempo trasformatasi in consorzio, con circa 200 viticoltori in proprietà diffusa che coltivano e vendemmiano, rigorosamente a mano, 600 ettari di vigneti, conferendo solo le uve migliori. Sempre grazie a Tachis (ma non solo), si sono aggiunte altre etichette apprezzate: oltre all’antesignano Terre Brune, il Rocca Rubia, il Noras, l’Araja, il Grotta Rossa, a cui si accostano raffinati bianchi, primo fra tutti il Villa di Chiesa, vermentino barricato con l’aggiunta di uve chardonnay coltivate sul territorio.
Un’esperienza ancora oggi illuminante per l’imprenditoria sarda, a dimostrazione che quando (con fatica titanica) si riescono a mettere insieme le enormi capacità dei singoli in un unico protocollo, aperto anche all’impiego delle nuove tecnologie, il risultato non è solo straordinario ma è garantito.
Post scriptum. Con la fine dei protocolli antipandemia sono riprese le degustazioni in cantina. Sarà suggestione o chissà cos’altro, ma un sorso di Carignano e dei suoi fratelli in faccia al sole che tramonta sul mare non lo si scorda più.
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