Don Borrotzu e le telefonate al sindaco ai domiciliari: «Non ho pensato ai divieti, l’ho chiamato per dargli sostegno» – L’intervista
Il sacerdote ammette le sue responsabilità: «È un mio parrocchiano, volevo confortarlo»
Ottana Prima ci scherza su, quasi per alleggerire la tensione di giornate intense, roventi dal punto di vista climatico, fatto che non aiuta, e non senza tensioni e forti emozioni personali. Poi, la conversazione si fa subito molto seria. Quando fa riferimento alla comunicazione ufficiale del tribunale di Nuoro sull’inasprimento della misura cautelare nei confronti del sindaco Franco Saba, don Pietro Borrotzu per prima cosa si pone da solo la domanda, ripetendo le parole usate nella nota del vertice della magistratura barbaricina: «Alto prelato? Io sono un prete di periferia. Provo a stare vicino ai miei parrocchiani e l’ho fatto anche questa volta, magari mi rendo conto forzando un po’ la mano. Anche se ero sempre mosso da nobili propositi. Umanitari e cristiani e ho cercato anche di spiegarlo». Parole dell’uomo che è parroco di Ottana da sei anni. Il sacerdote in tarda mattinata e dopo aver letto online i contenuti del comunicato diffuso ieri mattina dal Tribunale di Nuoro, dove si puntualizzano e si precisano le ragioni che hanno portato all’aggravamento della misura cautelare nei confronti del primo cittadino, passato dal regime degli arresti domiciliari all’ingresso in carcere nella serata di lunedì, si sente di dare la sua versione.
Don Pietro Borrotzu è ancora più preciso e dettagliato rispetto al giorno precedente, quando intervistato dalla Nuova Sardegna, aveva raccontato il clima che si respira a Ottana in queste settimane e le preoccupazioni diffuse nella comunità. Ora indica più nel dettaglio anche la strada percorsa; chiarisce qualche passaggio delicato, quasi al limite, ma rimarca anche i sentieri che non ha oltrepassato: «Sì, ho chiamato il sindaco e l’ho anche ammesso a chi di dovere (gli investigatori, ndr). Probabilmente è stato un errore, dal momento che i limiti che la sua condizione degli arresti domiciliari non me lo consentivano, ma ero davvero preoccupato per il momento che stava vivendo e mi sono sentito di rassicurarlo, di portare una conversazione di conforto che potesse rassicurarlo. A volte il dialogo, una buona parola possono davvero aiutare a mitigare stati d’animo non proprio distesi».
Il parroco originario di Orani, definito il sacerdote sindacalista per essere stato il responsabile per diverse stagioni della Pastorale per i problemi sociali e il lavoro, ammette le sue responsabilità: «Sì, purtroppo ho commesso un errore. Non va però imputato al sindaco, ma a me stesso, perché essendo mio parrocchiano ho voluto chiamarlo per sapere come stava. Sono consapevole di aver forse fatto una violazione e me ne assumo la responsabilità», dice il sacerdote che precisa meglio: «Durante il periodo di detenzione ai domiciliari non l’ho mai incontrato di persona, ma ci ho conversato telefonicamente. Ribadisco che il mio obiettivo era portare conforto, dare supporto e incoraggiamento perché la fase che si sta vivendo non è affatto semplice. Non lo è per lui e non lo è per la comunità di Ottana che si sta interrogando su scenari attuali e futuri».
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