«Il dialogo con gli atei è decisivo per i credenti»

Mario Floris, già docente di religione nelle scuole medie e superiori «L’apertura di Papa Francesco è sulla stessa onda del grande Paolo VI»

Papa Francesco ha ribadito che “Dio ci ha reso liberi”. E che anche gli atei possono guadagnarsi il Paradiso. Un’apertura al dialogo che in realtà risale agli anni di Papa Paolo VI...

«Esattamente. Il dibattito aperto da Bergoglio con le recenti risposte alle domande postegli dall’ateo Eugenio Scalfari riporta a cinquant’anni fa, agli anni della “primavera della Chiesa”, al pontificato del Concilio Vaticano II. A quando Paolo VI diceva che “la Chiesa deve venire al dialogo col mondo in cui si trova”. Era fermamente convinto che chi vuole instaurare un dialogo sincero deve rispettare quelle che dovrebbero essere le più importanti condizioni per la sua riuscita. E cioè: mettersi in ascolto dell’interlocutore, possibilmente farne suo il punto di vista, averne stima e rispetto».

Sì, ma perché dialogare con gli atei, con chi nega l’esistenza di Dio?

«È una riflessione che la comunità dei credenti non può assolutamente trascurare, poiché nel momento attuale della storia umana, l’ateismo, nelle sue multiformi manifestazioni, sta assumendo proporzioni di una vastità veramente preoccupante “così che l’ateismo va annoverato fra le cose più gravi del nostro tempo”... cito alla lettera la costituzione pastorale Gaudium et spes, uno dei principali documenti del Concilio Vaticano II».

L’ateismo è una filosofia? È uno stile di vita? Cos’è?

«L’ateismo contemporaneo non è più una filosofia tra le altre filosofie, non è più di natura teorica e gli atei non agiscono nell’ombra, ma esso opera e si organizza alla luce del sole, è diventato cultura, esistenza concreta e potere politico. Mentre nei secoli scorsi è stato un fenomeno di élite, oggi questo fenomeno è diventato una realtà di massa che investe l’uomo della strada, una certa filosofia popolare che è entrata nella consuetudine mentale di tutti e che tende a relegare la questione di Dio e la fede nelle verità rivelate negli angoli più remoti del mondo privato, del mondo intimo».

Concetti che implicano un’analisi sociale prima ancora che religiosa.

«Certo, anche se la riflessione non dovrebbe limitarsi a una semplice analisi sociologica o psicologica o storica del fenomeno ateismo, col solo intento di combatterlo o confutarlo per negarne magari la realtà. Dovrebbe, soprattutto, cercare di capire le più intime ragioni dell’anima che porta l’uomo a rifiutare la sua vocazione più alta che è l’aspirazione al trascendente e alla comunione con Dio».

Un ostacolo insormontabile, almeno apparentemente, perché ci sia vero dialogo tra credenti e atei. Come può essere superato?

«In che modo dovremo accingerci a superare quest’ostacolo? Certamente non evitando di ascoltare le ragioni dei fratelli atei, non bandendo una crociata contro di loro, non scegliendo la via d’imporre dall’alto una religione secondo il principio cuius regio eius et religio (espressione latina che significa “di chi è il potere, di lui sia la religione”, ndr)perché nel mondo moderno si correrebbe il rischio di provocare ribellioni. La prospettiva giusta è sicuramente quella del dialogo, come appare dalla grande apertura e dall’animo profondamente paterno con cui si esprime il grande Papa Paolo VI nella sua splendida enciclica Ecclesiam suam».

“Dio è morto”, canta Francesco Guccini. E prima di lui lo dicevano Friedrich Nietzsche e diversi filosofi occidentali del XIX secolo...

«Le affermazioni di Nietzsche e di altri filosofi sono state di una validità profetica impressionante. È fuor di dubbio che mai come in questa epoca l’incredulità ha sferrato contro la fede un attacco di una violenza e di un’estensione che la storia non aveva ancora conosciuto. Una moltitudine di uomini forse altrettanto numerosa quanto quella dei credenti in Cristo, si trova oggi nel fronte d’azione dell’antifede. Un fatto, questo, già previsto e annunciato nel 1800».

Poi è arrivato Karl Marx...

«Secondo il pensiero del filosofo tedesco Karl Marx sono i potenti che hanno creato il mito del Dio creatore. In tutta la sua speculazione filosofica traspare l’idea per cui l’uomo non sarà mai completamente indipendente se non quando realizza da sé la propria esistenza. È stato lo stesso Marx a definire con una semplice formula il significato dell’umanesimo ateo: “L’ateismo è una negazione di Dio e su questa negazione di Dio poggia l’esistenza dell’uomo”».

Da qui l’ateismo marxista, forse la forma più eclatante dell’ateismo moderno.

«Sì, è il cosiddetto “ateismo costruttivo”, umanistico, una riflessione diventata poi prassi politica con la rivoluzione bolscevica del 1917. Mentre l’ateismo di derivazione illuministica e razionalistica è tutto proteso alla demolizione dell’assoluto, l’ateismo umanistico pretende invece di muoversi dalla costruzione dell’uomo, ovvero dichiara di edificare l’uomo, e salvare l’uomo mediante l’uomo stesso. Esso implica la negazione di Dio non come fine ma come mezzo e lotta e afferma che per salvare l’uomo bisogna eliminare Dio. È l’ateismo più radicale che vede nella negazione di Dio la condizione indispensabile per salvare l’uomo».

Ateismo costruttivo, umanistico o comunista che dir si voglia. Da sempre condannato dalla Chiesa...

«Non è la Chiesa che condanna l’ateismo, ma è l’ateismo che si condanna da sé. Prima che la Chiesa lo respinga, esso ha già rotto con la Chiesa, s’è già messo fuori. “La nostra deplorazione è in realtà lamento di vittime ancor più che sentenza di giudici” scriveva nel 1964 Paolo VI nell’enciclica Ecclesiam suam. La condanna da parte della Chiesa non è altro che la conferma di una rottura già avvenuta, Ma non è nello stile della Chiesa pronunciare condanne senza subirne un’interiore angoscia; d’altra parte nessuno “è estraneo al suo cuore – sottolineava Paolo VI –, nessuno è indifferente per il suo ministero. Nessuno le è nemico, che non voglia egli stesso esserlo”».

Paolo VI non ha mai considerata chiusa la partita con gli atei e con i comunisti. E anche Papa Francesco gioca a tutto campo: atei, omosessuali, divorziati...

«Nessun cristiano può accettare l’idea che un uomo o un gruppo di uomini siano definitivamente perduti per Dio. Ecco perché, ieri Paolo VI, oggi Francesco, puntano molto sul dialogo. Dialogo e ancora dialogo. Già cinquant’anni fa, con Paolo VI è finito il tempo in cui la Chiesa si limitava solo a condannare il fenomeno ateismo. Per noi cristiani devono costituire un imperativo le espressioni della costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. E il dialogo non deve escludere nessuno, credenti e non credenti».

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