Elena, la badante romena «Ma ormai sono nuorese»

Da Caransebes, Timisoara, alla Barbagia inseguendo il sogno di un lavoro «Ho imparato l’italiano con il dizionario e guardando la tv di Gerry Scotti»

Dalla Romania all’Italia, dal cuore dell’Europa orientale alla Barbagia, a Nuoro: dica un po’ chi è, si presenti, parli di sé, cosa fa, da dove arriva...

«Mi chiamo Elena, arrivo da Caransebes, una città vicino a Timisoara, c’ho quarantadue anni, c’ho una figlia di quasi ventitré, abito qua a Nuoro in affitto, sto lavorando, per adesso, con un signore, da cinque anni, è un signore in carrozzina, disabile, c’ha sessantadue anni, qui a Nuoro, un signore bravo, diciamo, bravo però poverino... è malato e lo dobbiamo capire... quindi il mio lavoro è badante».

È iscritta al registro pubblico comunale delle badanti?

«Sì, sono iscritta, da anni fa, però non è che mi hanno aiutato molto, è così».

Quando è perché si è trasferita a Nuoro?

«Allora: sono venuta qua dal febbraio del 2005 per lavorare come badante però non sapevo niente, non sapevo la lingua, non sapevo niente... ».

Era la prima volta che arrivava in Italia?

«Sì, in Sardegna, praticamente a Nuoro, però sono stata anche in Germania e in Ungheria. In Germania sono stata tre mesi con un bambino, baby sitter. In Ungheria sono stata un mese... così».

E come mai ha scelto Nuoro e non Milano o Roma?

«Perché ho conosciuto una persona romena che conosceva un sardo di qua, questo è venuto in Romania, c’ho parlato, ho parlato con lui e lui mi ha detto: “Ti chiamo al telefono”. Poi sono arrivata, così un... perché lui aveva un’agenzia di viaggi Romania-Italia, quindi sono venuta».

È così si è subito trasferita con sua figlia?

«No, no, sola. Mia figlia allora aveva quindici anni, l’ho lasciata a casa perché mi trovavo male, per i soldi non per altro, perché la casa ce l’avevo però i soldi... mia figlia era grandetta, mi servivano... ».

Lo stesso motivo che l’ha spinta a partire in Germania e in Ungheria?

«Sì, sì, però poi ho lavorato in Romania, ho lavorato anche come commessa, poi ho lavorato in una fabbrica di cablaggio di auto, automobili ungheresi, è per quello che sono andata in Ungheria per un mese. Poi sono andata in... ».

Che macchina si produceva in Ungheria?

«Non mi ricordo, però lì in questa fabbrica si faceva solo i cavi elettrici della macchina, capito? non le macchine intere, solo una parte, i cavi che andavano nelle porte e in tutto quanto della macchina. Allora mi sono decisa, perché ero indecisa di venire qua in Italia o in Spagna, però non lo so, Italia mi sembrava più, boh, non lo so, mi sembrava una cosa... lo spagnolo non è che mi piaceva neanche la lingua, perché io guardavo Rai Uno, perché si vedeva a casa, quindi guardavo un po’ anche la lingua».

Una lingua che non aveva mai parlato, prima di trasferirsi a Nuoro?

«No, no».

Ha dovuto impararla qui.

«Sì, sì».

E come ha fatto?

«Come ho fatto? Con il dizionario, guardando alla Tv quelle cose che erano con Gerry Scotti che scriveva, perché qua non si scrive. Poi ero con una vecchia, sono rimasta quattro mesi mi sembra, a Olzai, poi sono venuta qua a Nuoro e sono rimasta quasi sei mesi, poi sono tornata a casa in Romania, un mese e sono ritornata qua e ho fatto da quando sono tornata quella vecchia che lavoravo, sono rimasta non so altri due mesi poi l’hanno messa in una casa di cura».

Quindi lei è arrivata da Caransebes a Olzai?

«Sì, poi a Nuoro».

Ha detto che la prima volta è rimasta sei mesi. È stata multata quando è tornata in Romania? Allora c’erano le famose (e famigerate) “quote” e si entrava in Italia con un visto turistico di tre mesi...

«Certo, come a tutti. La dogana... ».

Ha pagato molto?

«Se mi ricordo... mi sembra cento euro, però sono passati sette anni, non è che mi ha fatto la... però già si paga, anche abbastanza, anche la dogana ungherese, è così anche lì. Adesso invece vai tranquillo».

Com’è oggi la sua giornata di lavoro?

«La mia giornata di lavoro inizia di mattina alle otto e mezza e finisce a mezzogiorno e mezzo, qualche volta anche all’una. Lunedì dalle tre e mezzo alle cinque, anche mercoledì dalle tre e mezzo alle cinque, e anche venerdì. Inizio così, poi ho cercato perché questi soldi non è che mi bastano molto, perché c’ho la famiglia qua, con settecento euro non è che si può vivere qua, c’è anche l’affitto. Quindi ho cercato due tre volta alla settimana un altro lavoretto che mi aiuta».

Qual è quest’altro lavoretto che l’aiuta?

«Fare le pulizie. Pulisco una casa. Sono assicurata in tutte e due le parti».

Sogna di tornare in Romania o no?

«No, no, no... prima, all’inizio, magari qualche volta mi viene la nostalgia, però ora sono abituata qua, a me mi piace molto, anche con la gente, con tutto. Mi piace, ormai sono come a casa mia, però qualche volta dico di andare, andare, ma solo per fare la vacanza, non è che non voglio tornare qui, non voglio stare lì. Anche mia figlia si è abituata qui».

Studia?

«Sì, al Ragionieri Chironi».

Quindi anche lei è diventata nuorese a tutti gli effetti?

«Sì, sì, certo. A casa parla sempre in italiano, io le dico di parlare in romeno, no, no, le piace l’italiano».

E la lingua sarda?

«Io lo capisco, il sardo, ma non mi piace a parlarlo, qualche parola... ».

Pare che tra qualche anno ci sarà un’inversione di tendenza: saranno gli italiani a dover partire per fare i badanti in Romania. Sarà così?

«Non ci credo proprio, manco per sogno, no, ohi... in Romania i vecchi, poverini, non è che si possono permettere a pagare una badante, che sennò andiamo noi a casa nostra facendo questo lavoro. Io non ho paura di questo lavoro, giuro, a me mi piace fare la badante, c’ho la pazienza, capisco il malato, lo faccio da sette anni questo lavoro. Solo che ho fatto la stagione cinque anni fa, solo per un anno, quattro o cinque mesi a San Teodoro perché non ho trovato altro, ma poi sono tornata a fare il mio lavoro. Per un mese ho lavorato a Oliena, a casa di un vecchio, poverino. Poi ho trovato un lavoretto per tre bambini, che erano a Olbia, però anche lì sono restata per tre, quattro mesi».

Che studi ha fatto in Romania? Che formazione ha?

«Ho fatto il liceo industriale, poi ho fatto tanti corsi, di sartoria, di dattilografia, e tanti altri, poi ho fatto due mesi di Croce rossa come infermiera... volontariato... università no, non ho fatto l’università perché mi sono innamorata, così, e non ho più proseguito gli studi. Ho iniziato subito a lavorare».

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