L’agroalimentare trascina l’economia
Il comparto svetta nella classifica provinciale delle imprese guida in Sardegna. Nel 2012 esportati prodotti per 25 milioni
NUORO. Carni, salumi, latte, formaggi, vini. È l’agroalimentare il volano dell’economia nuorese, il settore guida per fatturato, orgoglio delle produzioni made in Sardinia. Lo rivela il “Rapporto 2014 sulle imprese guida in Sardegna” della Regione, che vede brillare in cima alla classifica provinciale, proprio il comparto agroalimentare: cinque delle prime dieci aziende guida della provincia di Nuoro, operano in questo settore. Tutte con fatturati superiori ai 10 milioni di euro all’anno. Il comparto conta nel Nuorese 370 aziende e occupa 1.448 addetti, come emerge dal censimento Istat 2011. Positiva anche la bilancia commerciale: nel 2012 l’agroalimentare nuorese ha esportato prodotti per 25 milioni di euro (al terzo posto dopo chimica e comparto lapideo), e ciò a fronte di importazioni pari a 4,5 milioni.
Dati che fanno sorridere la Confindustria Sardegna centrale. Che attraverso il suo presidente, Roberto Bornioli, evidenzia il risultato positivo raggiunto, lanciando però nel contempo un invito agli imprenditori locali «a una maggiore collaborazione, anche col settore agricolo, evitando posizioni di chiusura».
«I numeri confermano la vitalità di un settore di punta dell’economia nuorese, un’industria che vanta produzioni di pregio e imprese che innovano e investono – commenta Bornioli –. In provincia per esempio sono 88 le aziende agroalimentari che hanno presentato piani di investimento nell’ambito del programma regionale per le Aree di crisi della Sardegna centrale, con incentivi previsti pari a 14,1 milioni di euro».
Le aziende dell’agroalimentare utilizzano materie prime di qualità, il 70 per cento delle quali provengono dalla produzione agricola sarda. «Le nostre industrie, che rispettano in modo rigoroso gli standard di sicurezza alimentare – spiega Bornioli –, sono strutturalmente obbligate a importare parte delle materie prime per compensare una produzione agricola regionale insufficiente. Del resto anche l’80 per cento delle frutta, verdura e carne consumata dalle nostre famiglie non è sarda. Per questo facciamo il tifo affinché l’agricoltura raddoppi il proprio fatturato che oggi vale appena il 3 per cento del Pil regionale e circa lo stesso a livello provinciale». Secondo Confindustria, l’agroalimentare andrebbe sostenuto promuovendo maggiore integrazione proprio con il settore agricolo, e ciò a vantaggio di entrambi i comparti. Un modello indicato come vincente dall’organizzazione è, ad esempio, quello del Polo del pomodoro, costituito lo scorso 26 aprile, che riunisce aziende agricole e dell’industria di trasformazione di dieci regioni italiane, tra cui la Sardegna. «Un modello di collaborazione che potrebbe essere replicato anche in altri settori: è questa la proposta che presentiamo alle aziende e alle associazioni agricole – prosegue il presidente di Confindustria –. Per esempio, nel comparto carni, dove le industrie del settore salumi, che non possono per legge utilizzare i maiali sardi a causa della peste suina e sono costrette a lavorare solo suini importati, rischiano addirittura la chiusura totale». Confindustria è schierata contro le illegalità, «ma – precisa – è scorretto assimilare l’utilizzo di materie prime importate alla contraffazione, così si danneggiano entrambi i settori. L’uso, peraltro parziale e spesso obbligato, di materie prime non sarde non è contraffazione. Il prodotto resta sardo. Viceversa si arriverebbe al paradosso di sostenere che il latte o le carni prodotte nell’isola non sono sarde perché si utilizzano mangimi importati. Il valore aggiunto del made in Sardinia sta nella capacità di trasformare e produrre – conclude Bornioli – e ciò proviene dal bagaglio di ricette, tradizioni, competenze ed esperienze che sono patrimonio della nostra isola».
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