L’ultimo abbraccio al giudice gentiluomo
Aula della Corte d’assise stracolma per la commemorazione del presidente scomparso Vito Morra
NUORO. «Il tribunale è stato, per tanti anni, parte della sua casa e della sua vita. Qui, in queste aule, è vissuto. Per questo, anche se adesso ci stiamo stretti, l'aula della corte d'assise era il luogo migliore per ricordare Vito, il presidente Morra e il suo encomiabile servizio. Come uomo mi piace ricordarlo nelle nostre piccole pause caffè. Soli, io e lui, a parlare per un attimo di noi e dei nostri affetti. In quei momenti era sereno e sorridente». Non trattiene le lacrime, nel ricordare il suo predecessore da poco scomparso dopo una brutta caduta dalle scale, il presidente della sezione penale e ora presidente facente funzioni del tribunale, Antonio Luigi Demuro. Davanti a lui, nella sala d’udienze che ha ospitato negli anni i processi più importanti, per una mattina, anziché i processi, va in scena lo sterminato affetto degli amici, dei colleghi, dei collaboratori del presidente che tutti, indistintamente, ricordano come «un vero gentiluomo e un vero giudice». Sono le 11.30 di ieri quando le porte dell’aula della corte d’assise si aprono e una folla mai vista si stipa nella sala. Schierati in fondo alla stanza, con la toga indosso, ci sono tutti i giudici del tribunale e i pm. In mezzo all’aula, invece, si dispongono la marea di avvocati, vecchi colleghi, amici e familiari del presidente scomparso proprio un mese fa. È una carrellata di volti conosciuti e di presenze mai dimenticate che commuove anche i figli del presidente Morra, Giovanna e Alfonso. Seduti, in prima fila e discreti, anche nel dolore. Come del resto lo era il papà.
Rompe il ghiaccio il presidente della Corte d’appello di Cagliari, Grazia Corradini. E si sente lontano un miglio che neppure le sue, sono parole di semplice circostanza. «Sono commossa – dice, alzandosi in piedi – ho ricordi bellissimi di Vito. La sua bontà e anche la sua fermezza. È stato davvero un magistrato ai massimi livelli, una persona garbata e corretta che ha avuto sempre il lavoro e i suoi figli, in cima ai suoi pensieri. Gli sono sempre stata vicina e so che ha affrontato tempi difficili, in questo tribunale. Perché il tribunale di Nuoro è quello che in tutta la Sardegna ha sempre avuto a che fare con le maggiori carenze di organico e problemi per la carenza di personale amministrativo. Ma il punto è che da 20 anni non ci sono assunzioni». «Il mio primo incontro con Vito? – ricorda invece l’ex dirigente del tribunale, Piero Pili – risale al ’75, quando era appena arrivato a Nuoro da uditore giudiziario. Io ero responsabile della cancelleria penale ma collaborai con lui, quando era giudice istruttore, in diverse inchieste. Lo apprezzai per il tratto signorile che teneva sempre nei suoi rapporti. Ha gestito, tra l’altro, una situazione molto difficile, negli ultimi tempi, per il tribunale, con una carenza di organici pesantissima che si è in parte tamponata grazie al personale che si è addossato nuovi compiti». «Sarebbe bello intitolargli quest’aula della corte d’assise – dice il procuratore generale Ettore Angioni – Lui che nel suo lavoro ha risposto alla perfezione alla descrizione che Luigi Ferraioli fa della figura del vero giudice. Lo ricordo ancora, l’ultima volta che l’ho visto, lo scorso 12 aprile, a un convegno organizzato dagli avvocati nuoresi. Trovai lui, ad accogliermi, con quel sorriso velato di tristezza che lo accompagnava sempre dalla scomparsa della sposa».
Il procuratore di Nuoro, Andrea Garau, poco dopo rilancia: «Perché, invece, anziché l’aula della corte d’assise, non gli dedichiamo la nuova ala del tribunale, ovvero l’edificio qui davanti (l’Ex Inam, ndr) per il quale tanto si era battuto per arrivare all’acquisizione? Vito ci ha sempre tenuto tanto, a questo tribunale, e per difenderlo si è spesso scontrato con una burocrazia feroce».
«Per noi avvocati – ricorda, invece, il presidente dell’ordine forense Priamo Siotto – è sempre stato un interlocutore leale e attento, una guida sicura per tutti. E sono sicuro che i due figli troveranno forza e coraggio nei suoi insegnamenti. A loro porto l’abbraccio di tutta l’avvocatura sarda». «Per tutti noi – afferma il presidente della Camera penale, Francesco Lai – ha incarnato la figura del giudice. Per lui, la terzietà era un dogma. Abbiamo sempre apprezzato anche la sua continua tensione verso l’apprendere, il continuo desiderio di aggiornamento. Questa, per noi, è la sua grande lezione».
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