Sassari, il racconto choc del papà del bimbo di 18 mesi annegato in una pozza d’acqua: «Diego era immobile nello stagnetto»
L’uomo è accusato di omicidio colposo. Il piccolo era morto nel maggio del 2021
Sassari «Sentivo il vociare dei nostri bambini, giocavano. Sono stati attimi... La mia compagna è uscita nel cortile e ha urlato “Diego, Diego, Diego”, l’ho raggiunta, Diego era in uno stagnetto, me l’ha passato in braccio...». Andrea Santona non trattiene le lacrime mentre davanti al giudice Monia Adami risponde alle domande del suo avvocato Marco Palmieri e racconta i momenti drammatici di quel 5 maggio del 2021. Siede nel banco degli imputati, chiamato a rispondere – così come era già accaduto per la mamma del piccolo che ha affrontato il processo con il rito abbreviato – di un’accusa “innaturale” per un genitore: omicidio colposo riferito all’omesso controllo che avrebbe causato la morte per annegamento del bambino di appena 18 mesi. Un atto dovuto per la legge. Una ferita che si riapre a ogni udienza, per i genitori.
Cinque anni fa Diego Santona era annegato in una pozza d’acqua nel giardino di casa. Giocava lì fuori con la sorellina di quattro anni, la mamma preparava il pranzo e anche il padre era nei paraggi. «Quel laghetto era quasi tutto recintato – aveva raccontato la donna al giudice – i bambini erano nella parte delimitata, ma c’era un varco aperto, non sappiamo perché. Il bambino lo ha oltrepassato e ha raggiunto la pozza d’acqua...».
«Siamo sempre stati attenti – ha confermato ieri il papà – anzi, pochi giorni prima della tragedia avevo dato due sculaccioni a Diego proprio perché si era avvicinato allo stagno e non volevo che lo facesse, l’ho sgridato, pensavo che avesse capito. Avevo quasi finito i lavori di recinzione di quel laghetto, avevamo creato delle aiuole con dei legni pesanti, una sorta di staccionata per delimitare il perimetro. Diego e la sorellina erano lì quando li ho visti. Non so da dove sia passato, evidentemente c’era un varco... sono stati attimi».
La sua mamma, che lo aveva controllato poco prima, era ai fornelli e sentiva l’altra figlia più grande parlare: «Ero convinta che stessero giocando, ero tranquilla. È questo che mi ha ingannato. Dopo pochi minuti li ho chiamati perché il pranzo era pronto, ho visto la bambina ma non Diego...». Il papà era appena rientrato dal lavoro, aveva fatto giusto in tempo a mettersi comodo. Diego non arrivava.
«Dove è tuo fratello?», aveva chiesto la madre alla bambina: «Non lo so, non lo trovo... Diego non c’è» era stata la risposta. I genitori erano corsi fuori, pochi passi all’esterno, nel prato verde ben curato. E il piccolo era lì, con il volto nell’acqua, immobile. Il padre lo aveva subito tirato su, erano stati momenti terribili e concitati, con la sorellina che piangeva, la madre che chiamava disperata la centrale operativa del 118 spiegando cosa era accaduto.
Dopo i primi tentativi di rianimazione non andati a buon fine Diego era stato trasportato alle Cliniche San Pietro, in condizioni gravissime. Non ce l’aveva fatta, il suo cuoricino si era fermato per sempre lasciando un padre, una madre e una sorella a vivere nello strazio. Nel dolore lacerante che ancora oggi non ha trovato conforto. L’inchiesta, d’obbligo per fare chiarezza sulla dinamica della tragedia, si era conclusa con una richiesta di rinvio a giudizio per i due genitori. La madre del piccolo, assistita dall’avvocato Gabriela Pinna Nossai, è già stata condannata al minimo della pena. A giugno discuteranno invece le parti nel processo a carico del padre.
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