La Mecca barbaricina, festa manna celebrata dai grandi scrittori
Dal Nobel Grazia Deledda a Salvatore Satta e Marcello Fois «Ognuno di loro ha evidenziato gli elementi simbolici»
di BRUNO MURGIA
La festa del Redentore rappresenta il cuore antico della Sardegna, simbolo di identità e tradizioni popolari. Tra sacro e profano la componente religiosa è la più suggestiva, con la comunità nuorese che ritrova la sua identità forte nella cornice ruvida del Monte Ortobene. Da qui domina il Redentore, così caro ai nuoresi. Da rocce accavallate, “enormi sfingi”, come le definisce Grazia Deledda ne Il vecchio e la montagna. «Alcuni blocchi servivano da piedestalli a strani colossi – scrive il premio Nobel – a statue mostruose appena abbozzate da artisti giganti; altri davano l’idea di are, di idoli immani, di simulacri di tombe... Qualche roccia si slanciava sottile come un obelisco; altre giacevano su enormi piedistalli, come sarcofaghi coperti da drappi di musco verde. E tutte le cose, alberi, rocce, macchie, in quel luogo di solitudine, parevano immerse nella contemplazione dei solenni orizzonti».
Ai piedi del Redentore i nuoresi rinnovano i voti e la fede, accompagnati dai canti e dai vestiti della tradizione, osservano l’orizzonte dal Belvedere, e vedono i “monti arsi di sole e vendetta” descritti da Sebastiano Satta. Sa Festa manna è anche la celebrazione del Monte, come lo chiamano semplicemente i nuoresi, custode del Cristo che sovrasta l’intera vallata. Scrive Marcello Fois: «Il Monte non è solo una montagna, è un pezzo di noi, come un pezzo della nostra carne. I nuoresi e il Monte sono una sola cosa». In un articolo pubblicato nel 1951 per Il Ponte, Salvatore Satta scrive: “Il Ponte vuole che parli dello spirito religioso dei Sardi: io che non so più se ho uno spirito, se sono religioso, se sono sardo. Bene: sapete che faccio? Me ne torno a Nuoro. A Nuoro, come alla Mecca, non si arriva senza una lunga preparazione di spiriti e di cose... sfiorato il Goceano, varcata la dolente valle del Tirso, mi accingo all’arrampicata. Perché Nuoro deve apparire di là, dalle coste del Monte Dionisi, con l’Ortobene, coi monti d’Oliena, che sono anch’essi Nuoro... Lo spirito religioso dei Sardi vive quassù... in cima all’altura dove l’acciottolato paesano finisce in ciuffi di spighe matte e di malva: vive pietrificato in due modesti edifici, tra i quali chi va faticando per l’erta vede spuntare, e salire con lui, la roccia lunare dell’Ortobene. Il monte è stato costruito da Dio, gli edifici dagli uomini, ma gli uomini non hanno fatto che seguire il volere di Dio, perché l’uno di essi è la Chiesa, l’altro il Tribunale». Tutti i grandi scrittori nuoresi, come vediamo, si sono cimentati con il Redentore. E ognuno ne ha evidenziato soprattutto gli elementi simbolici, i legami che durano e si tramandano di anno in anno, sperando che i tempi contemporanei non guastino il rito, non ne affievoliscano la dimensione spirituale.
Ecco perché Nuoro è sempre il centro propulsore delle culture popolari e tradizionali: luci e ombre non scalfiscono ancora il mistero di una città particolare. L’Isre – che con il suo Museo Etnografico possiede la più importante collezione sarda sulle tradizioni popolari – anche quest’anno farà il massimo per preservare questo patrimonio, e offrirà il suo contributo con laboratori di musica e ballo tradizionale.
* Presidente dell’Isre
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