Omicidio di Dina Dore, scoperto il Dna dell'assassino
La difesa deposita una memoria: «Il nostro genetista dice che nello scotch c’è la traccia di un consanguineo del supertestimone»
NUORO. «Dai risultati ottenuti appare evidente che l’ipotesi più probabile è che il profilo genotipico del soggetto ignoto e quello ricavato dal bicchiere di vetro, appartengono a due soggetti imparentati tra loro». La svolta, la botta inattesa che per la prima volta indica un cerchio di persone dentro il quale ci sarebbe il killer che aveva lasciato il suo Dna su Dina Dore, il vero colpo di scena che fa vacillare tante certezze dell’inchiesta sull’omicidio e gettare diverse ombre sulle indagini, arriva a pochi giorni dalla ripresa in udienza del processo in corte d’assise che vede il marito Francesco Rocca imputato nel ruolo del presunto mandante.
È una svolta prodotta dai difensori di Rocca, Mario Lai e Angelo Manconi, e da un genetista da loro incaricato. E che secondo la consulenza di parte, stabilisce un dato di assoluto rilievo: l”ignoto” che intorno alle 18.30 del 26 marzo 2008 aveva lasciato un frammento di pelo nello scotch che avvolgeva la mano sinistra di Dina Dore, secondo l’esperto è al 97 per cento un consanguineo di Antonio Lai, l’edicolante e padre del superteste Stefano Lai. Non è il figlio Stefano, stabilisce il genetista, ma è un altro consanguineo maschio.
Sono le conclusioni alle quali è approdato un biologo e specialista in genetica medica di Cagliari, Andrea Maludrottu, al quale gli avvocati di Rocca, Mario Lai e Angelo Manconi, qualche mese fa avevano affidato un compito delicatissimo nel pieno esercizio delle loro indagini difensive: confrontare il campione di Dna estratto la notte tra il 26 e il 27 marzo del 2008, dallo scotch che avvolgeva la mano sinistra di Dina Dore, con un altro campione prelevato alcune settimane fa a Gavoi.
Il primo campione fino ad ora è sempre stato identificato dagli investigatori come appartenente a un misterioso “Ignoto”. E tale, ovvero ignoto, era rimasto fino a queste ore, perché non era risultato compatibile con nessuno dei circa 800 test del Dna eseguiti a suo tempo dagli investigatori. Quel minuscolo frammento di pelo, infatti, secondo le analisi non apparteneva né a Pierpaolo Contu, il giovane gavoese condannato in secondo grado come uno dei presunti killer, né a diversi altri potenziali sospetti. Non è risultato compatibile, neppure in minima percentuale, con le diverse centinaia di Dna prelevati nel 2008 a diversi gavoesi e residenti in altri paesi del circondario.
Ma la difesa e i familiari di Francesco Rocca, tuttavia, non si sono minimamente arresi e nei mesi scorsi, attraverso un piccolo cerchio di collaboratori, sono riusciti a prelevare alcuni campioni di Dna a Gavoi. Poi, li hanno consegnati a un loro consulente: Andrea Maludrotti, biologo ed esperto di genetica medica e forense. C’è voluta un’analisi complessa e accurata, ma alla fine, nei giorni scorsi Maludrottu ha comunicato i risultati tanto attesi, che ieri sono stati depositati nella cancelleria della corte d’assise, attraverso una memoria scritta dagli avvocati Mario Lai e Angelo Manconi. Una memoria con la quale i due legali chiedono che il processo venga sospeso in attesa di una perizia disposta dalla corte. Le analisi del genetista forense, del resto, hanno infatti prodotto una conclusione che potrebbe cambiare le sorti del processo e dell’inchiesta.
Al genetista, infatti, era stato consegnato in particolare un campione di Dna appartenente ad Antonio Lai, edicolante di Gavoi, e padre del superteste Stefano Lai, il ragazzo che due anni fa aveva raccontato alla polizia che Pierpaolo Contu gli aveva rivelato di aver ucciso Dina Dore su mandato di Francesco Rocca.
Sul racconto di Stefano Lai, la difesa aveva sempre manifestato molti dubbi, perché in altre occasioni, hanno sostenuto i due avvocati, Lai non aveva detto la verità. Un punto tra tanti: Lai aveva detto agli investigatori che la sera del delitto lui era a Fonni per firmare le carte del passaggio di proprietà di un’auto. Ma i tabulati telefonici, sostengono gli avvocati di Rocca, lo smentiscono: quella sera risulta a Gavoi. Ma le incongruenze e le contraddizioni, nel suo racconto, dice la difesa nella sua memoria, sono state così numerose, che i difensori hanno voluto capire per quale motivo, un giovane e la sua famiglia, in una terra come la Barbagia, sarebbero disposti a mentire anche a costo di scatenare odi e pericolosi veleni. «Se questo rischio – scrivono i legali – i Lai hanno voluto correre, vuol dire che la posta in palio era ben più elevata».
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