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Terremoti e alluvioni, la Sardegna come l’Emilia

Terremoti e alluvioni, la Sardegna come l’Emilia

Sandro Chessa, da Torpè al Centro sperimentale di cinematografia di Roma Professionista della pellicola: «Così sono diventato direttore della fotografia»

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Terremotati. La notte non fa più paura: regia di Marco Cassini. Un film sul terremoto in Emilia del 2012. Da direttore della fotografia, come ha vissuto questa esperienza?

«Quando ho accettato di fotografare il film sapevo che sarebbe stata un’impresa quasi impossibile, ma quello che mi hanno sempre insegnato le persone che fanno questo mestiere è che la parola impossibile al cinema non esiste. Il budget era ridotto all’osso e i giorni disponibili per girare solo 12. Ciò nonostante, a me il progetto interessava».

Perché?

«Per la tematica, per le possibilità di espressione che il regista mi dava e perché è il mio primo “lungo” da capo reparto. Avevamo dei riferimenti iconografici e delle suggestioni visive ben precise: Ferrara rimandava alla metafisica di Giorgio De Chirico e la tematica sociale del film al cinema di Francesco Rosi. Abbiamo affrontato il film con una troupe ridottissima. Le giornate sono state dure e lunghe ma tutti hanno affrontato il proprio lavoro nel migliore modo possibile, senza risparmiarsi mai». 

Compreso lei, dunque...

«L’importante in questi casi è avere le idee chiare, sfruttare il più possibile la luce naturale e intervenire con poche azioni fondamentali e decise. Nelle scene delle scosse, ci siamo trovati ad inventare escamotage di regia, luce e scenografia, che, nell’era degli effetti digitali, ci hanno riportato al trionfo dell’artigianato. Per tornare all’assunto che in questo mestiere tutto è un falso, trucco, magia, ed a noi non resta che ingannare gli spettatori!».

Mentre lavorava al film, ha mai pensato al “terremoto” (leggi: alluvione) che il 18 novembre 2013 ha travolto il paese di suo padre, Torpè?

«Sarebbe stato impossibile non pensarci. Sono ancora vividi i ricordi di quei giorni. Quello che più stupisce in questi casi, è la forza che le persone riescono a tirare fuori. Sono accorsi da ogni dove per aiutare i propri conterranei, con un’immensa voglia di fare. Mio fratello è andato a Torpè a dare un aiuto, tornato a Roma, la notte sognava di essere ancora lì, in mezzo al fango. Quando ho rivisto i miei parenti, l’impressione era quella che qualcosa li avesse toccati nel profondo, e che la ferita, forse, non si rimarginerà mai... ».

Racconti, racconti...

«Mio zio fece appena in tempo a portare la famiglia sul tetto, compreso il cane, prima di rimanere intrappolati ore, al buio, in attesa dei soccorsi. A farsi coraggio a vicenda, illuminati dai cellulari e dal bagliore della luna. Il tetto della casa, un’isola in un oceano di fango. L’impressione che ho avuto parlando con le persone di Mirabello, nel Ferrarese, è la stessa. C’è chi non vuole dire niente e chi non aspetta altro che sfogarsi. Ma gli occhi sono quelli di chi ha realmente avuto a che fare con la morte, di chi ha paura, di chi la notte fatica a prendere sonno e sonda ogni rumore che arriva dall’esterno della propria casa».

Sarà possibile girare un film tipo “Terremotati” sulla Sardegna alluvionata... ?

«Tutto può essere trasportato in immagini. Credo che ci sia l’esigenza di raccontare queste storie, per averne una memoria ulteriore, per sviluppare maggiormente una coscienza critica e per non dimenticare. Non penso che il cinema debba fare inchiesta ma può sicuramente fornire una visione altra, spesso artistica, delle cose. La Sardegna ha bisogno di investire nel settore cinematografico. Abbiamo a disposizione una moltitudine di scenografie naturali che non hanno di che invidiare a nessuno. C’è bisogno di formare le professionalità e di educare a questo mestiere che prima di essere un’arte, è, soprattutto in Italia, artigianato, un lavoro, quindi economia».

Come è approdato nello staff del regista Cassini, alla sua opera prima?

«Ho conosciuto Marco su un altro set. Dopo poco più di un anno mi è arrivata la sua chiamata che, memore di quel singolo giorno, mi proponeva di fotografare il suo primo film».

Un progetto sociale sostenuto da una raccolta fondi popolare, una campagna di crowdfunding...

«Il progetto, patrocinato dal Comune di Mirabello, è stato finanziato da Maria Rita Storti e da un imprenditore. Ora si affronterà una campagna di crowdfunding per sostenere le spese riguardanti la postproduzione del film, quindi il montaggio, la colonna sonora, il missaggio del suono e la color correction. Insomma, c’è ancora tanto da fare».

Il suo lavoro. In cosa consiste? Cosa fa un direttore della fotografia?

«Il direttore della fotografia si occupa di tutto quello che riguarda l’immagine e quindi l’impianto visivo di un film. La prima sfida della fotografia è quella di creare su una parete bidimensionale l’inganno della tridimensionalità. Lo stesso che avveniva in pittura con l’uso della prospettiva e della luce, creando vie di fuga e piani diversi. Sfondare la parete e fare entrare lo spettatore dentro il mondo creato. L’altra cosa fondamentale è dare al film l’atmosfera giusta. Quando si legge una sceneggiatura, non ci si limita a seguire le indicazioni ma si cerca di vedere all’interno della storia, di trovare il suo carattere, per poi trasformarlo in immagini attraverso la luce».

Come è nata la sua passione per il cinema?

«Non posso dire di aver passato l’infanzia in un cinema, in quanto da noi sono una rarità. Ricordo che la professoressa Altomare organizzava alle medie il cineforum per noi alunni. Quando giunsi a Perugia per l’università, frequentai un corso di Storia del Cinema. Nel 2008 scrissi una tesi sul regista danese Lars Von Trier ed il Dogma 95. Giunto a Roma riuscii con grande soddisfazione ad entrare all’Accademia di Cinema di Cinecittà».

A proposito: qual è il suo percorso formativo?

«Conseguito il diploma, mi sono iscritto al corso di Scienze della Comunicazione nella facoltà di Perugia. Da lì ho frequentato l’Accademia di Cinema e Televisione a Cinecittà, e poi sono stato selezionato al Centro sperimentale di cinematografia».

Una bella soddisfazione: un sardo al Centro sperimentale di cinematografia a Roma. Proprio come il regista Salvatore Mereu...

«Questa scuola mi ha dato la possibilità di affrontare lo studio della luce con mezzi consoni e con la supervisione e l’insegnamento di grandi maestri. Altro aspetto fondamentale di questo percorso è stato lo scambio intellettuale, artistico e umano che quotidianamente condividevo con gli altri studenti. Credo che la più grande fortuna sia stata la possibilità di far parte dell’ultimo triennio d’insegnamento di uno dei più grandi maestri della pellicola: Giuseppe Rotunno. Direttore della fotografia di Fellini e Visconti, tra i tanti, uomo che è stato in un campo di lavoro durante la guerra mondiale, 90 anni alle spalle. Un maestro soprattutto di vita».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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