Crisi del Nuorese, un incontro a Cagliari
Sindaci e imprenditori convocati in Regione in vista della visita istituzionale di Francesco Pigliaru a Nuoro, a dicembre
NUORO. L’alzata di scudi del Nuorese, che giovedì scorso ha chiesto a gran voce un progetto per il rilancio del territorio, ha raggiunto un primo obiettivo. Venerdì prossimo il presidente della Provincia Costantino Tidu, il sindaco di Nuoro Sandro Bianchi e gli altri sindaci del territorio sono stati convocati a Cagliari per un incontro istituzionale con l’ufficio di presidenza della Regione. L’obiettivo è individuare un piano di lavoro in vista di un incontro con il governatore Francesco Pigliaru in programma a Nuoro nei primi giorni di dicembre. I temi dell’incontro di venerdì prossimo riguarderanno lo sviluppo degli investimenti in agricoltura e nel settore agroalimentare, le iniziative per la scuola e l’università nuorese, il ruolo dell’area urbana di Nuoro e un focus sulle situazioni di crisi industriale del territorio, dal chimico al tessile.
Un incontro che fa ben sperare, quello di venerdì prossimo. L’ultimo tentativo per ridare vita a un territorio colpito gravemente dalla crisi economica, con le proteste dei lavoratori cassaintegrati che diventano ogni giorno più forti. La speranza è che da Cagliari arrivino risposte concrete per il Nuorese, dall’istruzione alla sanità, dai trasporti alle infrastrutture.
Intanto non si placa la crisi in Provincia, messa in ginocchio dal taglio dei finanziamenti da parte dello Stato e della Regione.
Ieri le organizzazioni sindacali di categoria più rappresentative, Cgil, Cisl e Uil, hanno proclamato lo stato di agitazione del personale dell’amministrazione provinciale, denunciando la grave situazione di incertezza in cui si trova l'ente a causa del ritardo della Regione Sardegna di mettere mano alla riforma degli enti locali. Come sottolineano i sindacati in una nota: «A poche settimane dalla fine dell'anno, scadenza del termine entro il quale la Regione dovrebbe legiferare sul riordino del sistema delle autonomie locali e sul riassetto delle Province, ancora non è dato sapere quale futuro la politica vuol costruire. E le risposte che deve dare sono tante. Bisogna assicurare la continuità nell'esercizio delle funzioni di carattere sovracomunale, oggi in capo alle Province. Bisogna dare risposte alle lavoratrici e ai lavoratori che, a vario titolo (dipendenti dell'ente, precari, del sistema privato), hanno continuato con grande senso di responsabilità, nonostante gli attacchi subiti in questi anni, a svolgere quotidianamente il loro lavoro per garantire servizi essenziali ai cittadini».
Per i sindacati non è giusto che «i lavoratori, da anni, siano condannati a vivere una situazione di incertezza lavorativa, ormai non più sostenibile». E l’attacco alla Regione è duro: «Dopo il referendum che ha abolito le Province, ci sono state solo misure confuse e anti-costituzionali. Oggi la Regione è inerte. Non solo. Si permette anche di tagliare, insieme al governo centrale, i finanziamenti destinati alle Province, con il rischio concreto della chiusura dei servizi e della perdita dei posti di lavoro». Per questo motivo i rappresentanti sindacali, esasperati, si chiedono quale sia il futuro della Provincia. «Con quali risorse e a quali condizioni sarà possibile garantire il riscaldamento nelle scuole superiori e i servizi di pulizia per l’anno scolastico in corso? – si domandano– E con quali risorse si affronteranno i problemi della messa in sicurezza e della gestione della rete viaria e gli interventi contro il dissesto idrogeologico ?».
Un altro problema è quello del futuro dei servizi per il lavoro «che in questi anni di crisi hanno accolto nelle sedi dei centri per l'impiego migliaia di lavoratori licenziati, in cassa integrazione e precari».
I sindacati vogliono risposte anche sul destino dei dipendenti della Provincia «che hanno assicurato e assicurano servizi e lavoro nonostante da troppo tempo siano considerati dalla politica nazionale un'inutile zavorra. Senza dimenticare i dipendenti precari ancora in attesa di un piano di stabilizzazione».
Per i sindacati la riorganizzazione del sistema istituzionale non può ancora una volta tradursi «nella sottrazione di risorse agli enti locali e quindi ai cittadini, ai lavoratori, ai sistemi economici locali, come è già accaduto nel recente passato con la riforma delle comunità montane».
Per tutti questi motivi Cgil, Cisl e Uil hanno proclamato lo stato di agitazione promettendo di mettere in campo «ogni iniziativa utile a sensibilizzare l'opinione pubblica sui rischi che i tagli ai finanziamenti potranno comportare nei prossimi mesi al nostro territorio, in termini occupazionali e di servizi ai cittadini».
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