Il dramma di una famiglia distrutta dall’alluvione
Torpè, la storia di Giovanni Chessa che ha perso la madre e la casa in cui vivevano «Siamo saliti sul tetto per salvarci e ora lottiamo per rivendicare i nostri diritti»
L’alluvione di un anno fa continua ad essere una ferita aperta per molti cittadini che quella sera hanno perso tutto: la casa, il lavoro e in alcuni casi, i propri cari. Ancora cercano risposte e chiedono di essere aiutati a ritrovare la serenità perduta. È il caso di Giovanni Chessa, orunese di origini ma torpeino di adozione che da quel giorno non si dà pace. Lui e la sua famiglia, insieme all’anziana madre e ad una sorella disabile, la notte in cui infuriava la tempesta hanno trovato la salvezza salendo sul tetto di casa. «Solo l’arrivo dei sommozzatori ci ha permesso di salvarci – racconta l’uomo – ma da allora la nostra vita è cambiata». Chessa che ha perso la casa, da qualche mese non ha più la mamma. Mariangela “Badora” Pittalis, che sottolinea essere un’altra vittima dell’alluvione, è infatti deceduta nella casa di riposo di Padru dov’era stata portata, dopo un primo ricovero in ospedale a Olbia, insieme ad Annarosa, una figlia disabile, perchè la casa in cui vivevano a Torpè era stata gravemente danneggiata dalla furia dell’acqua.
«Mia madre – aggiunge Chessa – dalla notte non si era più ripresa. I suoi problemi di Alzheimer le davano pochi momenti di lucidità durante i quali riviveva le ore di terrore sul tetto, in attesa che qualcuno si ricordasse di noi. Ha vissuto con quell’incubo fino ai suoi ultimi giorni di vita (è morta lo scorso luglio) e io non ho potuto fare nulla per riuscire a riportarla a casa».
Perchè in realtà Giovanni Chessa e la sua famiglia, la loro abitazione l’hanno dovuta lasciare un anno fa, quando era stata considerata inagibile a causa dei gravissimi danni causati dalla piena. Da allora non ha mai smesso di rivendicare i diritti degli alluvionati. «Stiamo aspettando la chiusura delle indagini – racconta –. Noi continuiamo a lottare anche per mia madre perchè se ci fosse stato il giusto preavviso, nessuno sarebbe rimasto nelle case a rischio e la tragedia sarebbe stata evitata. Eppure l’amministrazione comunale dopo la morte di mia madre, nonostante nel necrologio avessimo ringraziato il Comune, non si è degnata di un gesto di solidarietà. Sapevano della nostra condizione, del fatto che in casa mia vivessero anche loro (la madre, anziana e ammalata e la sorella disabile, tuttora costretta a stare a Padru perchè l’abitazione dove sta può ospitare solo tre persone)». Giovanni Chessa ha infatti un contenzioso con l'amministrazione sulla retta da pagare alla casa di riposo di Padru sia per la madre che per la sorella. «Inoltre – sottolinea – con ordinanza numero 84, emanata il 28 novembre 2013, il Comune aveva infatti imposto lo sgombero temporaneo di tutte le abitazioni danneggiate. Viste le condizioni della nostra casa siamo stati costretti ad andare via e trasferirci in una in affitto indicataci dal Comune – aggiunge Chessa – . Da allora, solo a giugno l’ufficio tecnico ha inviato a varie famiglie una richiesta avente come oggetto “Abitabilità delle case evacuate” in cui si sollecitava la richiesta del certificato di abitabilità a seguito delle riparazioni fatte. Io ho risposto ai tecnici sottolineando di essere ancora in attesa di chiarimenti sulla situazione della mia abitazione dove loro stessi avevano accertato lesioni strutturali. Ho chiesto di poter ottenere l’attuazione del ripristino e ristrutturazione dell’immobile, nonché l’autorizzazione in merito al fondo rurale. Ma, non ho avuto ancora risposta».
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