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Nuoro

Macomer, con la crisi sono stati persi 1.000 posti di lavoro

di Tito Giuseppe Tola
Macomer, con la crisi sono stati persi 1.000 posti di lavoro

La situazione occupazionale è sempre più difficile Il territorio sta pagando la chiusura delle industrie

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MACOMER. Le attività, soprattutto le più piccole che sono quelle a gestione individuale o con pochi occupati, hanno tenuto, mentre l’occupazione è crollata. Con la crisi Macomer ha perduto più di mille posti di lavoro. Un terzo sono spariti nel decennio 2001-2011 e i censimenti dell’Istat, quello generale e quello dell’industria e agricoltura del 2011, hanno fotografato la caporetto occupazionale alla quale non è ancora seguita una riscossa. Il decennio nero ha cancellato soprattutto posti di lavoro. Tra il 2001 e il 2011 le attività sono diminuite di 12 unità passando da 916 a 904, ma l’occupazione è calata da 3260 a 2561 unità, che significa 699 posti di lavoro in meno in un decennio. Il dato però non tiene conto dei cassintegrati e di quanti ancora lavoravano nelle aziende che hanno continuato a reggere per un paio d’anni.

La crisi ha cancellato le aziende più grosse, quelle col maggior numero di occupati come la Legler, il Gtm e il calzificio Queen. Dopo il 2011 è scomparso del tutto il settore tessile causando la cancellazione di cento posti di lavoro e sono stati licenziati i dipendenti di aziende che operavano nel settore della confezione di articoli di abbigliamento (calzificio) mandando in fumo 79 posti. Nell’industria delle bevande con la chiusura della Sarbe se ne sono perduti altri quattordici. Dopo il 2011 bisogna mettere in conto l’occupazione perduta nell’edilizia, oggi in piena stagnazione.

Ma è soprattutto nel decennio tra i due censimenti che la città ha subito un’emorragia occupazionale che non ha precedenti nei 50 anni tra il dopoguerra e la fine degli anno Novanta. Il commercio al dettaglio è passato da 244 a 201 attività e i posti di lavoro sono scesi da 550 a 437 con una perdita occupazionale di 113 unità. Una vera e propria emorragia c’è stata nel settore dei trasporti sia dei passeggeri che delle merci: 246 posti in meno. Il trasporto delle merci per ferrovia non esiste più. In calo l’occupazione anche nelle attività finanziarie e assicurative, che sono poi le banche e le assicurazioni: da 130 a 85 occupati. Qualche settore è però cresciuto nonostante la crisi. Nelle attività professionali e tecniche c’è stato nel decennio un aumento di quelle legali e di contabilità.

Le attività sono passate da 44 a 63 e gli addetti da 83 a 101. In crescita anche gli studi di architettura, ingegneria e analisi tecniche passati da 27 a 53, con un aumento del numero di addetti da 36 a 72. I sindacati parlano di disastro occupazionale.

«Le cause sono note – dice Jose Mattana della Cgil –, le diseconomie di questo territorio fanno chiudere le imprese e scoraggiano le iniziative. Gli imprenditori se ne vanno perché altrimenti finiscono fuori mercato. Un esempio è quello del calzificio che pagava l’acqua industriale come se fosse acqua potabile con bollette da oltre 200 mila euro. L’energia in Sardegna ha un costo aggiuntivo del 35% rispetto al resto d’Italia, dove costa il 30% in più rispetto al resto d’Europa. Non parliamo poi dei trasporti in Sardegna e da e per la Sardegna».

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