Incubo ruspe, la rivolta di Testimonzos
Già notificate diverse ordinanze di demolizione. Altre sono attese nei prossimi giorni. «Siamo abusivi per necessità»
NUORO. Soffia vento di rivolta a Testimonzos e dintorni. Dopo la notifica di alcune ordinanze di demolizione e la notizia che la procura di Nuoro avrebbe riaperto in questi giorni altre 88 pratiche (che potrebbero concludersi con l’abbattimento delle case) i proprietari non ci stanno a passare per abusivi. «Caso mai siamo abusivi per necessità», racconta una giovane coppia che vive in un immobile di proprietà del padre che aveva costruito alla fine degli anni Ottanta.
«Abitiamo qui dal 2005, ho due bambine di 6 e 8 anni e mia moglie è disoccupata – racconta l’uomo – Io lavoro ma i miei risparmi li ho utilizzati per sistemare questa casa. Ho dovuto costruire il pozzo e la fossa biologica, perché qui non c’è né acqua potabile né rete fognaria. E ora pretendono che prenda una ruspa e butti giù questa casa (dove vive anche il fratello con la famiglia), a mie spese. Mi hanno dato 90 giorni di tempo, ma io da qui non me ne vado».
Per raggiungere questo immobile, nascosto in mezzo alle stradine brulle di Corte, in piena campagna, con calcestruzzo a vista, bisogna vagabondare tra le stradine poderali polverose e sconnesse. Non si tratta di immobili affacciati sul mare. Sono case e villette, sì abusive, ma costruite alla periferia sud della città, in una zona che oggi è completamente edificata. Vicino ai quartieri Città giardino e Su Pinu.
«A Testimonzos e Murichessa ci sono tutte le opere indispensabili, dalle fognature alle strade, fino alle reti elettriche e telefoniche – dice Fabrizio Melis, presidente di «Foglio 51» l’associazione che riunisce più di 200 proprietari – Sono tutte case di civile abitazione. Paghiamo anche l’acqua ad Abbanoa».
A Testimonsoz e dintorni non ci sono solo case rurali, ma molte villette, con cancelli elettrici e giardini curati. In alcuni casi si tratta di veri e propri condomini. Sarebbero almeno 500 le famiglie che vivono in questo quartiere abusivo costruito a partire dalla fine degli anni Ottanta con la convinzione che prima o poi sarebbe saltato fuori un condono. Nel 1985 ci fu la prima sanatoria, poi nel ’94 un nuovo condono, infine nel 2003 un terzo condono, quello berlusconiano. «Ho presentato la domanda per ottenere la concessione edilizia in sanatoria la prima volta nel ’95, ma è stata respinta – racconta un proprietario – Poi l’ho ripresentata ma non ho mai ricevuto risposta dal Comune. Le promesse dei politici di turno sono state tante, ma ora mi ritrovo con questo pezzo di carta in mano che mi obbliga a demolire l’edificio». In tanti riponevano la speranza nel Puc, arrivato in dirittura d’arrivo qualche mese fa dopo 30 anni di gestazione. Ma lo strumento edilizio individuato dall’amministrazione (con il placet della Regione) non mette al riparo dalle demolizioni. «Per ottenere la sanatoria una casa di 100 metri quadri deve insistere su un terreno di 3 ettari. Qui invece si tratta di piccoli appezzamenti di terreno». Nel frattempo in tanti ne stanno approfittando per tirare su altre case.
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