La Nuova Sardegna

Nuoro

La guerra raccontata dai detenuti

di Francesco Pirisi
La guerra raccontata dai detenuti

Permesso speciale per dieci reclusi di Badu ’e Carros e Mamone: lezione sulla tragedia del ’15-’18

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NUORO. La guerra di ieri e il percorso nei conflitti sociali di oggi, dai fatti di violenza e criminalità a quelli ordinari e quasi normali. Il tema è stato al centro di un incontro culturale che ha visto protagonisti 10 detenuti in permesso premio, rinchiusi nel carcere di Badu ‘e Carros e nella colonia penale di Mamone. Carcerati di origine italiana (anche della provincia) e insieme di Egitto, Nigeria, Colombia e Romania.

L’iniziativa è stata nella parrocchia Beata Maria Gabriella, dove da alcuni anni opera il centro per l’accoglienza di detenuti in permesso o dei loro familiari che arrivano in città per fare i colloqui in carcere. Insieme ai reclusi si sono confrontati i volontari dell’associazione Ut unum sint, creata intorno alla chiesa del quartiere di Badu ‘e Carros, governata dal parroco don Pietro Borrotzu. Tre giorni di confronto e vita comunitaria conclusi con la visita al museo della cultura contadina “S’abba frisca”, vicino al litorale di Cala Gonone. Il motivo trainante la guerra ‘15-‘18, vissuta dai padri e dai nonni, rivisitata a cento anni dal suo inizio, sempre con l’obiettivo di non dimenticare orrori e insegnamenti.

Riflessione in questo caso con i segni e le parole dei carcerati: Angelo, Bruno,  Flavio,  Mohamed, Marcello, Paolo, Marcel, Dickson, Daniele, Mario Franco. Le prime impressioni di don Borrotzu: «Lo scambio culturale e umano è riuscito forse oltre le stesse previsioni. Ce l’hanno confermato le notizie arrivate dai due istituti di pena, che parlano dell’entusiasmo suscitato dall’esperienza. I carcerati hanno condiviso le proprie idee sulla guerra, sulle motivazioni e soprattutto le conseguenze. Ma ancora più significativo è stato il parallelo con la contrapposizione che segna la società, e nella quale i detenuti sono stati coinvolti, in maniera certe volte pesante». Tra gli elementi per l’atto di analisi la proiezione delle scene del film sul primo conflitto mondiale, Torneranno i prati, di Ermanno Olmi, guidata dal giornalista Franco Colomo e dalla docente Teresa Mattu, dell’Associazione 16670 San Massimiliano Colbe. Scene da una trincea sulla linea di conflitto con l’esercito austro-ungarico, dove emergono dei flash di vita mentre la normalità è quella dell’annientamento. Naturale e conseguente il collegamento con i dieci carcerati, che un’esistenza civile vorrebbero riacchiapparla.

Ancora Pietro Borrotzu: «L’aspetto che viene subito in evidenza è proprio il fatto che dei condannati, con alle spalle e davanti anni di carcere, possano ancora credere in un proprio protagonismo. Una possibilità che l’incontro ha per certi confermato, considerato che hanno preso parte alla discussione in maniera aperta e senza riserve, con il racconto del loro passato, il cammino di recupero e la convinzione di voler scegliere un futuro diverso. Ma non dimenticherei il fatto che la stessa riflessione l’abbiamo fatta noi volontari, per i conflitti per così dire normali, anche in questo caso con qualche elemento in più per andare oltre, per superarli». Salvatore Carotti e Giovanna Deluigi, coordinatori del sodalizio Famiglie numerose, hanno aggiunto proprio le mura domestiche come palestra per l’educazione alla convivenza serena e alla riflessione su ciò che causa il conflitto e qual è l’atteggiamento che lo può contrastare. Dunque, un viaggio nel mondo interiore per capire il rapporto con la società, aiutato anche dall’analisi della psicoterapeuta Daniza Ruiu.

Tra le metodologie la scelta di chiedere a ogni detenuto di identificare anima e soprattutto azioni pregresse in una parte del corpo tra cervello, cuore e mano. E proprio quest’ultima, la “mano che uccide”, è stata l’immagine che alcuni hanno rilanciato di loro stessi, nel tempo della vita fuori dalle regole. Per l’oggi i più potrebbero indicare il cervello (la mente), che li ha portati a mutare aspetto. Cambio testato a lungo dal servizio Area trattamentale di Badu ‘e Carros e Mamone e comprovato dal permesso premio assegnato dalle direttrici alla testa di ognuna delle due carceri, Chiara Ciavarella e Patrizia Incollu.

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