La Nuova Sardegna

Nuoro

Crisi del tessile

I sindacati: «I lavoratori vogliono risposte sul loro futuro»

di Piero Marongiu
I sindacati: «I lavoratori vogliono risposte sul loro futuro»

MACOMER. Questa mattina si conosceranno gli esiti dell’incontro, saltato per ben due volte nell’ultimo mese, svoltosi ieri pomeriggio nell’ufficio di presidenza del governatore Pigliaru, tra i...

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MACOMER. Questa mattina si conosceranno gli esiti dell’incontro, saltato per ben due volte nell’ultimo mese, svoltosi ieri pomeriggio nell’ufficio di presidenza del governatore Pigliaru, tra i rappresentanti sindacali del settore tessile e i rappresentanti degli assessorati al bilancio e al lavoro. Sul tavolo, i problemi relativi ai lavoratori del comparto, che dopo il 31 dicembre prossimo si troveranno senza alcuna protezione e tutela, e senza ammortizzatori sociali. La crisi del comparto tessile, in città e in provincia, negli ultimi anni ha visto chiudere le fabbriche e lasciare senza lavoro oltre un migliaio di persone. Il passaggio di ieri pomeriggio, il quinto, si è reso necessario dopo le norme introdotte da una circolare esplicativa relativa al decreto 83473 dell’agosto 2014, che, di fatto, blocca la mobilità in deroga a chi aveva beneficiato del sostegno degli ammortizzatori sociali. «Attualmente – dice Katy Contini, segretaria generale della Cisl-Femca di Nuoro – il provvedimento riguarda circa 170 lavoratori, ai quali, dopo il 31 dicembre prossimo, se ne aggiungeranno oltre 500». Per difendere i lavoratori i sindacati negli ultimi mesi hanno dato vita a una serie di azioni di lotta. L’ultima, la più eclatante, è stata il blocco della 131. « I lavoratori non vogliono gli ammortizzatori sociali – ha ribadito Katy Contini –ma rivendicano il diritto ad avere un lavoro». L’ultima fabbrica del settore tessile ad abbassare le serrande è stata la Fit Calze, nello scorso mese di settembre. Prima avevano chiuso la Legler, la Queen, l’Alfa Sil e la Ceccato (il titolare Giuseppe Angelico aveva rilevato un capannone nell’area di Tossilo, per produrre componenti meccanici di precisione, ma dopo soli 16 mesi di attività ha chiuso i battenti e lasciato a casa 24 dipendenti). «Adesso si tratta di trovare soluzioni che vadano incontro alle aspettative dei lavoratori – prosegue Contini –. Questa è un’emergenza». La chiusura delle fabbriche di Macomer, Siniscola, Ottana sta accentuando un vero e proprio processo di desertificazione del territorio. E il problema, anche per colpa della crisi strisciante che ha colpito gran parte dei settori produttivi, non pare destinato ad essere risolto nel breve periodo.

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