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Nuoro

Senza lavoro nè soldi: «Aiutateci»

di Federico Sedda
Senza lavoro nè soldi: «Aiutateci»

Undici lavoratori della Simme, in mobilità da otto mesi, sono ancora in attesa della liquidazione

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OTTANA. Il 15 dicembre del 2014 firmarono un accordo con l’azienda per passare dalla cassa integrazione alla mobilità volontaria. Un accordo che avrebbe garantito loro un uscita morbida dal mondo del lavoro, un assegno da parte dell’Inps per tre o quattro anni a seconda dell’età, la liquidazione, sia pure in 12 rate, del trattamento di fine rapporto e il pagamento delle retribuzioni arretrate. Un patto, tutto sommato, dignitoso in tempi di crisi e di disoccupazione dilagante, che avrebbe messo al riparo i lavoratori e le loro famiglie da affanni economici per un periodo più o meno lungo. Per poi cercare un nuovo lavoro, magari investendo i soldi della liquidazione. Invece, le cose sono andate diversamente. Sì, perché del tfr hanno ricevuto solo tre rate. Così, chi pensava di usare questi soldi per investire sul proprio futuro dovrà pensare ad altre soluzioni accontentandosi di tirare avanti con l’assegno sociale dell’Inps. È la storia di undici lavoratori della ex 4Emme di Ottana, un’impresa metalmeccanica fallita sotto i colpi della crisi che ha travolto la zona industriale del centro Sardegna. Un’impresa storica, la 4Emme, che ha vissuto per oltre trent’anni tutti i cicli dell’industria di Ottana, vivendo con gli appalti delle grandi aziende, fino alla crisi finale. Gli operai, che un tempo superavano le cento unità, sono stati licenziati, passando lungo la strada ardua della cassa integrazione e quella senza uscita della mobilità. I tentativi di cambiare nome all’impresa (l’ultimo è Simme) per tentare di sopravivere sono stati inutili. Così la ex 4M, oggi Simme, è arrivata alla resa finale. Lasciando sul campo disoccupazione e ammortizzatori sociali. Pochi quelli che sono riusciti ad andare in pensione. Un traguardo, questo, ancora lontano per gli undici lavoratori reduci del tracollo dell’impresa metalmeccanica di Ottana. Loro, quasi tutti intorno ai 50 anni, il futuro devono ancora trovarlo. Per sé e per le loro famiglie. Una storia triste, la loro, che racconta l’ennesimo paradosso di Ottana che tradisce speranze e alimenta illusioni. «Dal primo ottobre 2013 al 31 ottobre 2014 – racconta un ex operaio della Simme – siamo stati in cassa integrazione. Il 15 dicembre dello stesso anno, undici di noi su 18 dipendenti (oggi ne sono rimasti solo 2, ndc) firmarono la mobilità volontaria. In pratica, l’azienda, riconoscendo lo stato di crisi, proponeva ai dipendenti di scegliere di andare in mobilità, evitando così di vivere sulla propria pelle le difficoltà aziendali. Accettammo in undici. L’accordo sindacale prevedeva la rateizzazione in 12 rate del tfr e il pagamento delle retribuzioni arretrate. Dopo il pagamento delle prime tre rate l’azienda non ha più pagato, trattenendo anche quanto dovuto a titolo di rimborso Irpef e persino gli 80 euro del bonus Renzi. Inutili le proteste. A questo punto per ottenere i nostri soldi saremo costretti a chiedere il fallimento della Simme». Un epilogo già visto altre volte da queste parti. Un sigillo che racconta, con una parola, la storia industriale di Ottana.

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