La Nuova Sardegna

Nuoro

L’omaggio alla Vergine di tre fratelli sacerdoti scampati a un naufragio

di Marina Moncelsi
L’omaggio alla Vergine di tre fratelli sacerdoti scampati a un naufragio

La leggenda della chiesetta raccontata da Grazia Deledda È da lì che il futuro Nobel intravide per la prima volta il mare

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di Marina Moncelsi

L’Ortobene è stato da tempo immemore il luogo prediletto per la villeggiatura estiva dalle famiglie nuoresi e già prima che la statua del Redentore svettasse sulla cima, nella montagna tanto cara ai nuoresi si svolgeva la festa di Nostra Signora del Monte Nero: il 22 agosto intorno alla chiesetta si snodava la processione, dopo la messa che dal 1901 dà l’avvio alla novena del Redentore. Il Casalis nel 1853 ci presentava la chiesa rurale distante un’ora e mezzo dal paese, sul dorso piano dell’Ortovene, raccontando la leggenda poi ripresa da Grazia Deledda nel suo Cosima: «La leggenda raccontava che un vescovo, forse di Pisa, nel viaggiare per la sua visita pastorale nell’isola, colto da tempesta, aveva promesso, se il naviglio si salvava, di erigere un santuario sulla prima cima di montagna apparsa all’orizzonte. E immediatamente il mare si era calmato, e una cima rocciosa era emersa fra le nuvole sopra l’isola».

La Deledda ci parla di una leggenda e di un vescovo, ma la storia ci racconta di tre fratelli sacerdoti nuoresi che, scampati al fortunale che li aveva colti di ritorno da Livorno dove avevano visitato il santuario della Madonna del Monte Nero in quei pressi, mantennero la promessa costruendo la chiesa che dedicarono alla Madonna a cui si erano votati. Una iscrizione in latino ne riporta la data di costruzione (1608): «Quest'opera fu edificata a spese di Melchiorre Pirella, Professore e Canonico a Cagliari, e dei fratelli Giovanni Angelo e Pietro Paolo Pirella... ». La festa della Madonna del Monte (così viene chiamata, ma il riferimento è al livornese Monte Nero) era certamente molto sentita e partecipata, se gli eredi della famiglia Pirella, i fratelli Tola di Bitti, rinunciarono al bene ereditato cedendolo con atto notarile alla Cattedrale di Nuoro, in quanto troppo lontana da Bitti dove vivevano. Perciò, dal 1846 la piccola chiesa rurale è proprietà della Cattedrale, che nel tempo ha faticato non poco a mantenerne il decoro. Durante l’infanzia della Deledda, venne incaricato lo zio a celebrarne i riti religiosi e gestire la festa. Sempre in Cosima troviamo «il tabaccoso prete Ignazio (che) fungeva da cappellano della chiesetta. La sorella Paola lo accompagnava: avevano per loro uso, oltre la piccola sagrestia, nel cui armadietto zia Paola nascondeva i dolci per sottrarli all’avidità dei ragazzi, una stanzetta pulita per il prete, con una branda e il materasso, e una vasta grezza stanza col pavimento sterrato e tanti piuoli fissi al muro per attaccarvi le robe».

Ma è nei ricordi degli anziani nuoresi che il Monte viene associato a felici momenti di allegra compagnia e spensieratezza; nel 1941 Piero Pirari scriveva che «quando calava la sera si accendevano i fuochi a Monte Bidde, dove ora si innalza la statua di Gesù Redentore; era il saluto che davano i villeggianti alla città…allora si intrecciava il tradizionale ballo sardo accompagnato dall’organetto di Ziu Lallanu. Le domeniche a frotte i Nuoresi si recavano alle superbe fonti di Milianu e di Solotti, le patriarcali famiglie portavano le cibarie e non mancava il tradizionale porchetto innaffiato dai più puri vini di Marreri e di Baddemanna, e si fraternizzava in un sereno ambiente di pace e di armonia».

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