Spettacolo di folclore e appartenenza
La sfilata dei costumi e la simbologia delle tradizioni, l’attesa per il giudizio di “sos istranzos”
di Franco Stefano Ruiu
Tempo una manciata d’ore e sarà nuovamente Sagra del Redentore. Piatto forte la “solita” sfilata dei costumi e, vederli sfilare così numerosi e variegati, sarà un bel vedere. A sentenziarlo saranno ovviamente sos istranzos che giungeranno in città da ogni dove rinunciando a un giorno da trascorrere in spiaggia a brent’a sole (leggasi a pancia al sole). Ne vale la pena? Per “loro” certo che sì, perché quanto verranno a vedere rappresenta uno spettacolo di folklore che difficilmente potranno ammirare in terr’anzena (casa d’altri).
Perché questo distinguo? Perché per qualcuno di noialtri, dopo tanti anni, è possibile che l’abitudine abbia finito con l’affievolirne l’entusiasmo. Se così fosse, se realmente bastasse l’abitudine per attenuare l’interesse per un evento che dovrebbe sapere di latte materno, ci sarebbe di che preoccuparsi. Forse che il Palio di Siena corre un simile rischio? Improbabile. I senesi nelle loro contrade si nutrono di Palio tutto l’anno. E allora? La butto sullo scherzo. Non è che per ritrovare l’eventuale affezione smarrita dovremmo diventare stranieri?
Onestamente ritengo che basti molto meno. Basterebbe, cioè, che ricominciassimo a dare a cussas bestes de rusticu (leggasi costumi) il valore che alle stesse è dovuto. A pensare, cioè, che rappresentano uno spaccato eloquente della nostra cultura, e che per la nostra cultura dovremmo provare non solo piacere ma anche interesse. Dov’è andato a finire il nostro tanto millantato senso di appartenenza? Basta la “semplice abitudine” a farlo sbiadire? Quando andavo per le piazze isolane a proporre immagini e contenuti delle nostre tradizioni popolari, al cospetto di simili circostanze, facevo ricorso a discorsi terra terra che, però, alla fine si dimostravano efficaci.
Provocazioni che andavano avanti con una serie di domande, del tipo. Quanto può costare in vile moneta un costume nostrano? Chiedetelo a chi sta cercando di farsene uno per poter entrare a far parte di un gruppo folkloristico. Parlando della complessità dell’insieme di un costume: quanto tempo ci vuole per indossarne uno, maschile o femminile che sia (mai sentito parlare di tiazolas costerinas)? Vogliamo parlare di tessuti e di ricami, tanto per rincarare la dose? Lassamus perdere. Onestamente, se volessimo fare un confronto con i tanti costumi stranieri che vediamo sfilare nei tanti festival nostrani, dovremmo convenire che non c’è paragone. “Loro”, sos istranzos, tutto questo lo sanno, già in partenza. Sanno perfettamente che i nostri costumi hanno un valore e una storia che i “loro” non hanno, ed è per questo che tornano a farci visita ogni anno. Ma lo sanno, anche e soprattutto, quelli che a Nuoro ci vengono fuori stagione, proprio per visitare il museo che ai nostri costumi è dedicato. Si dice che il costume rappresenti la sintesi di una cultura. Orbene, la Sagra prossima ventura, con i suoi costumi “viventi”, passerà, come ogni anno, e come ogni anno lascerà contenti e discontenti. Il Museo di Santu Nofre, invece, rimane, con le sue meraviglie che narrano di u. na cultura evidentemente raffinata. A che pro dedicare loro un museo di assoluta eccellenza se così non fosse? Raffinata?
Certo che sì, nonostante appartengano a un popolo che da sempre passa per non essere ricco. Ma la cultura raffinata non è propria dei popoli dominanti? Evidente che i conti non tornano. E allora è tempo che ai nostri costumi venga restituito il maltolto, soprattutto quello che noi stessi, in primis, abbiamo sminuito relegandoli a mero contorno e non a insegnamento di vita. Quei costumi sono nati in tempi di povertà vera e di veri bisogni, eppure riuscivano a parlare, allora più di oggi, di appartenenza e dignità, concetti che erano e sono sinonimo di cultura, e lo facevano con garbo.
Certo che non avevano i colori brillanti dei costumi che vedremo sfilare. Non li avevano perché dovevano confrontarsi con l’usura del vivere quotidiano di allora, che li rendeva sbiaditi.
Ciò non toglie che, nel loro essere tipici, rappresentavano gocce di un sapere antico, ischintziddas de coro! Per poterli vedere, per poterne studiare le varianti fra paese e paese, studiosi di “cultura” popolare venivano da ogni dove, ed erano tempi sofferti di velieri e piroscafi non di comodi traghetti. Tornando ai costumi pare evidente che, allora più di oggi, bisognava saperli fare (e sartorie non ce n’erano e nemmeno ricamatrici), e prima ancora bisognava saper trasformare le materie prime di cui necessitavano (leggasi lana di pecora e lino). E tutto fatto in casa! Anche i ricami nascevano in casa. Non erano “chiassosi” come quelli di oggi, oserei dire che erano essenziali. Sapevano di simboli che richiamavano s’amparu, la protezione della magia, per chi li doveva indossare. Tutto questo non era forse cultura? Certo che era cultura. Cultura vecchia di sempre, tramandata con gesti e parole di madri in figlie, e le madri erano de meda fermentazu (di molto fermento). Credo che basti. Riusciremo a convincerci che forse quella benedetta minestra può andare a farsi benedire?
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