La Nuova Sardegna

Nuoro

Devozione e tradizioni, il sacro e il profano in una sola grande festa

di Francesco Pirisi
Devozione e tradizioni, il sacro e il profano in una sola grande festa

La statua di bronzo collocata in cima al monte Ortobene è una delle venti in tutta Italia volute da papa Leone XIII

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di Francesco Pirisi

Sacro e profano. I due momenti della festa del Redentore. Il programma oggi li vuole separati, con la sfilata dei costumi che di domenica anticipa la ricorrenza religiosa del 29 agosto. La numero 115, quest’anno, da quel 1901, quando sulla cresta dell’Ortobene fu collocata una delle venti statue volute da papa Leone XIII per suggellare il giubileo d’avvio del ventesimo secolo. Nel principio della ricorrenza sono stati invece riuniti. Una sola processione di omaggio a Gesù Cristo, nell’anniversario della posa del monumento bronzeo. I pellegrini con l’abito buono delle solennità, che ha gli stessi connotati di quello indossato nella quotidianità, in una cittadina legata alla tradizione agropastorale e ancora distante dai caratteri del centro urbano visibili quando si sostanzia l’istituzione della Provincia, del ‘26. La partenza del pellegrinaggio – tra i ricordi quelli dell’allevatore, Bobore Murru, nato nel rione di Lolloveddu – dal sagrato della cattedrale, ai primi lumi dell’alba. Il vescovo, i sacerdoti del Capitolo, le autorità laiche, in testa al corteo.

Dalla metà in giù, il popolo, con un migliaio di fedeli, alcuni arrivati nei giorni precedenti dai centri del circondario, spesso a piedi, o in groppa al cavallo, o ancora sui carretti. Gli stessi usati dai torronai di Tonara e commercianti di vino dell’Ogliastra. Di carri e asini di ambulanti la cittadina è del resto invasa dai primi di agosto, mese di fiere nella piazza San Giovanni. Tra i prodotti bracieri e pentoloni in rame, corbule in asfodelo e manufatti dei maestri del cuoio. L’acquisto attraverso la lotteria. La processione verso il Redentore transita alla Solitudine e passo dopo passo tra i macigni di Conchedda ‘e prades, e il bosco identificato come S’eliche ‘e sas oras, sempre con il richiamo, anche lessicale, all’atto sacro, ai protagonisti e alle preghiere canoniche. Nella celebrazione sul monte la promessa del rinnovo dell’affidamento di Nuoro e del territorio alla Chiesa e alla sua dottrina. Tra i temi dell’omelia la pace e fratellanza nella comunità allargata, in molti fatti separata dalla prima e dimentica della seconda. Dall’immersione spirituale, rispunta, chiaro e delineato, il tratto della sagra, della festa di pranzi e bevute, l’orgoglio di mostrare il ruolo della città, soprattutto da chi il rilievo lo vede nella proprietà, che è più che altro legata alla terra e alle attività produttive. Se prima bastavano queste ultime per segnare la differenze con altri borghi, l’avvento del Redentore ha definito meglio i confini. Senza strappi, perché i benvenuti e attesi sono proprio gli amici del circondario. Più ospiti nei pinnetos dell’Ortobene e maggiore prestigio, ma anche più sicurezza nei frangenti in cui la comunità si risveglia con le sue debolezze, con le ferite dei reati endemici, dal furto, alla rapina, sino al sequestro di persona. . Un ultimo sussulto di orgoglio la sera dei festeggiamenti, consumata davanti ai poeti estemporanei, che nella sagra del 1930 inaugurano dal palco la scuola Podda, l’ultima costruzione del regime. Nello spazio antistante la cortina di appassionati, in ognuna delle quali c’è il possidente di Nuoro, che li ha voluti alla sua mensa. Può capitare che si sia alticci, perché prima si è andati per le stradine, con soste nei bar (sos iscopiles). La spiritualità della festa, che va e poi ritorna, bandisce offese e bisticci. Il controllo è dei “ras”.

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