Oppo: «Il carcere, un contenitore di corpi»
L’intervento del garante dei detenuti dopo il tentativo di suicidio di un cinese recluso a Badu ’e Carros
NUORO. «Triste storia di emarginazione, isolamento ed inefficienza del sistema, quella del cittadino cinese che l’altro ieri ha tentato il suicidio in cella. E non si tratta certo di un problema di Badu ‘e Carros, carcere in cui ci si è prodigati, a partire dai vertici, in tutti i modi per evitare questa brutta faccenda: si deve ancora una volta alla professionalità degli agenti se quello appena trascorso è annoverabile solo tra i tentativi di suicidio». A parlare è il garante comunale dei detenuti, Gianfranco Oppo. «Non posso restare insensibile di fronte a tanta trascuratezza da parte del sistema. È un problema generale quello degli stranieri per i quali il sistema dei diritti è ancora più limitato ed irrispettoso». Il caso di Wu Xiao Rong, condannato per l’omicidio della moglie Xiao Ling Shao, a Orosei, ora rinchiuso a Badu ’e Carros, è emblematico. «Il sentore ed i segnali c’erano tutti – va avanti Oppo – e già dal mattino si erano prese tutte le precauzioni del caso: la commissione eventi critici si è riunita in un battibaleno, la grande vigilanza allertata, lo psichiatra mobilitato per una consulenza in tempo record, in diagnosi ravvisata la necessità di un trasferimento per un mese in un centro specializzato per consentire un’osservazione psichiatrica sistematica. Il carcere, ribadisco non Badu ‘e Carros, ma come “macchina istituzionale” – sottolinea il garante – si è tuttavia dimostrato solo un “contenitore di corpi”; veloce nel reprimere, pachidermico nel garantire. Se poi si tratta di stranieri le cose si complicano molto di più. Nel caso in specie il detenuto non godeva e non gode del supporto di un mediatore culturale».
L’interprete, per giunta, Mariachiara Sini, è stato trovato dallo stesso garante e ha prestato all’interno del carcere la sua attività come volontario. «Ci sono difficoltà per la consulenza psicologica fornita dall’Asl, che in questi ed altri casi è indispensabile – spiega ancora Oppo –. Sempre per difficoltà linguistiche è stato difficile capire le reali possibilità economiche del detenuto e la sua accessibilità alla difesa d’ufficio; i parenti lo hanno abbandonato, i due figli sono in Cina, la comunità cinese assente, i pochi abiti e capi di vestiario gli sono stati prestati». «Nella “sezione comuni” le differenze culturali pesano – è sempre il garante a parlare –. Ma soprattutto non esiste un capitolo cui accedere per garantire interpretariato e mediazione e quindi per l’esercizio minimo dei diritti umani tra i quali primeggia quello a sopravvivere. Questo diritto in uno stato a democrazia avanzata dovrebbe precedere il gap del colore della pelle, della lingua, del credo religioso e dell’essere “straniero in terra altrui ed in carceri altrui”». (l.p.)
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