Gli esperti: «Il carcere punti al recupero»
Garante, ordine e scuola forense a confronto in un convegno: «Sette detenuti su 10 ricadono nel reato»
NUORO. Uno stato senza carceri, oppure centinaia di istituti di pena che sono non di rado dei lager. L’utopia e la realtà, quest’ultima ancora più pesante da sopportare se inquadrata in una società fondata sul diritto, che per la pena ha previsto (articolo 27 della Costituzione) il suo compito rieducativo.
Tra i due estremi ci sono delle vie intermedie, possibili. Lo si dichiara da tempo e ancora una volta è stato l’elemento centrale del convegno tenutosi venerdì pomeriggio a Nuoro. Tre ore di confronto, su iniziativa di Ordine e Scuola forense, insieme alla Camera penale, al Garante per i detenuti e alla cooperativa Lariso.
Tra le presenze quelle forestiere di Livio Ferrari, garante dei detenuti per il Comune di Rovigo, e Riccardo De Vito, magistrato di sorveglianza a Sassari. Due tra le tante voci sentite nella sala della Camera di Commercio, con un concetto unico: l’istituzione carcere ha fallito il suo obiettivo per il prevalere dell’aspetto della repressione su quello del recupero al consorzio civile del condannato. Fatti e numeri per confermare il concetto, illustrati da Ferrari: «Il 70 per cento di chi entra in un penitenziario ricade nel reato e questo è sintomatico delle gravi carenze nell’opera rieducativa. Anzi, il carcere è sempre l’ambiente dove la capacità di delinquere si affina». Altro limite, messo in rilievo sempre dal garante arrivato dal Veneto, il numero dei detenuti: «Negli ultimi due anni c’è stata sì una riduzione da 68 a 52mila, ma solo perché l’Unione europea ha comminato all’Italia delle multe per la situazione di degrado e privazione dei diritti primari della persona. Per evitarne delle altre, da parte del governo la richiesta ai magistrati di fare spazio alle pene alternative». La logica di rinchiudere dentro una cella chi si è reso colpevole del danno alla società continua a tuttavia a surclassare ogni idea diversa.
Ancora Ferrari: «Tra i limiti ci sono la visione poco chiara tra l’opinione pubblica sulle pecche del sistema e sull’opportunità di superarlo. Non lo dico perché sono un buonista, ma piuttosto per la certezza che con interventi rieducativi, a iniziare dalla possibilità di studiare e lavorare, il detenuto può risarcire le conseguenze del proprio errore. Tutto ciò con un vantaggio anche per la vittima, che invece oggi non ottiene alcun beneficio da un metodo atto unicamente a punire, per alcuni versi con una volontà di restituire colpo su colpo quello che è stato l’effetto dell’azione criminosa».
Tra accuse specifiche e collettive, il garante Gian Franco Oppo parla di un problema che prima che interno al carcere è di tutta la società presente intorno ad esso. Non senza la domanda estrema, «carcere sì o carcere no», che rimetterebbe in discussione uno strumento di punizione nato alla fine del ‘600, all’epoca visto come una soluzione avanzata rispetto alla repressione attraverso la tortura, la lapidazione, e sino alla pena di morte. Prima Ferrari e poi De Vito dicono con sicurezza che, tolti i fatti più gravi, l’antico istituto potrebbe essere sostituito. Il magistrato di sorveglianza rafforza l’idea con i dati sui morti all’interno delle sbarre, che negli ultimi 15 anni sono stati 2500: la maggior parte suicidi, anche di agenti penitenziari.
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