La Nuova Sardegna

Nuoro

la mostra

Il dramma dei migranti nelle tele di Pietro Costa

di Gianluca Corsi
Il dramma dei migranti nelle tele di Pietro Costa

NUORO. Il primo impatto, sotto la meridiana e il pergolato della casa bianca di Sa Piedade (via della Pietà 55), dietro Su Contone, è quasi spiazzante. Ti catturano subito i colori accesi: il rosso,...

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NUORO. Il primo impatto, sotto la meridiana e il pergolato della casa bianca di Sa Piedade (via della Pietà 55), dietro Su Contone, è quasi spiazzante. Ti catturano subito i colori accesi: il rosso, il giallo e l’arancio. E poi quelle figure che paiono contorcersi in un ultimo spasmo di sofferente tragicità. E se non fosse per quella porta sempre aperta, e il calore dell’ospitalità tutta nuorese trasfuso in un buon bicchiere di cannonau di Costiolu, si potrebbe perfino dubitare di essere al centro di una nuova, fantastica mostra di Pietro Costa. Ma lo smarrimento dura meno di un istante, perché chi conosce il pittore e scultore di Nuoro sa bene che sperimentare nuove strade e nuove evoluzioni è una caratteristica indissolubile del personaggio. E in questa nuova personale, dal titolo essenziale “Pietro Costa 2014-2015”, visitabile fino a domenica prossima, che raccoglie la produzione degli ultimi due anni, il nuovo percorso è una sorta di invito alla riflessione. Forse anche un appello pressante e accorato a non voltare le spalle a chi ti chiede una mano di aiuto. Lo si avverte subito soffermandosi nei quadri (per lo più olio su tela) della serie “Migranti” (o Profughi), dove il coacervo di disperati sembra fluttuare in cerca di un approdo. E allora è come rivedere le immagini di disperazione e morte che, per troppi di noi, sono diventate quasi “normali” e sembrano non toccare più i nostri cuori. Le opere di Costa sono, allora, dei pugni sferrati in piena faccia, per risvegliarci dalla catalessi di occidentali opulenti nella quale, troppe volte, ci fa comodo precipitare. Ma che Pietro Costa sia un artista immerso nel suo tempo (scordatevi paesaggi bucolici e sacre famiglie stile Mulino Bianco) lo si vede anche in tutte le altre serie della nuova mostra. Perfino i “Cavalli e cavalieri” sembrano sfrecciare come diavoli verso quell’anelito di libertà e ritorno alla natura che è insito in ogni uomo. Quella stessa libertà urlata con determinazione dal popolo degli “indignados” di Madrid, che Costa ha vissuto in prima persona a Puerta del Sol, tre anni fa, rimanendone colpito e affascinato, tanto da riportarli con efficacia su tela. E poi gli “Amori”: anche qui corpi appassionati, talvolta tragici; e l’originale serie dei “Sospesi”, fluttuanti, eterei, quasi in movimento. Lo scrive bene, in chiusura della presentazione (che, in realtà, è una delicatissima poesia-dedica), Franco Mura: «Le figure si muoveranno per incanto come un inno alla libertà». La stessa libertà che Pietro Costa riesce a respirare ovunque si trovi, dall’imperiale Puerta del Sol ai dolci declivi di Costiolu, tra i suoi amati cavalli, e riporta, trasfigurata nell’arte, nella casa-studio di Su Contone.

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